Foglio anarchico e libertario del gruppo Kronstadt Toscano

Kronstadt, Ottobre 2012

Kronstadt, Ottobre 2012

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Indice:

Internazionale
»» Reinventare la democrazia
»» Grecia: lo sciopero generale
»» Polemica Cuba
Sindacalismo
»» Intervista a Enrico Moroni
Contributi
»» Ambascie e speranze
»» Operazione Ardire
»» Repressione
»» Resistenza ai tempi di Musham
»» Azione Antifa compie 80 anni
Antimilitarismo
»» Una necessità del movimento anarchico
Locale
»» Campagna autoriduzione bollette dell’acqua
Rubriche
»» Scienza e anarchia: no alle centrali nucleari (seconda parte)

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Editoriale: Fra “crisi” e speranze di riscatto

Sono passati più di nove mesi dalla pubblicazione dell’ultimo numero di Kronstadt; una lunga pausa che però non ha significato inattività dell’omonimo gruppo che ne garantisce l’esistenza come è testimoniato, parzialmente, dalle
pagine del sito (www.kronstadt-toscana.
org ) dove sono presenti numerose informazioni sulle iniziative che abbiamo realizzato a Pisa ed a Volterra.
Il tempo è comunque trascorso e c’è perciò molto da riflettere, da scrivere e da proporre attraverso gli articoli presenti
sulle pagine che seguono.
Il vortice della “crisi” 

E’ quasi obbligatorio iniziare dal tema presente in modo asfissiante, ormai da tempo, sulle prime pagine dei quotidiani
e su tutti i mezzi di (dis) informazione: la Crisi dell’Europa ed il precipizio in cui sono caduti alcuni Stati, anelli deboli dell’Unione. Spread e default sono le parole che stanno tormentando la vita di milioni di persone, termini prima ignoti
alla maggior parte dei comuni mortali, ora i più usati e temuti, pronunciati dai politici e dai tecnici governanti, riportati
sui giornali di regime a caratteri cubitali.
Mercati, Finanza e Banche hanno reso agitato il sonno di tantissima gente come se fossero entità metafisiche che determinano la povertà senza alcuna possibilità di combatterle. Già, ma di che cosa si tratta in realtà? Tralasciando i significati letterali, appare evidente un tratto unico che accomuna i tre sostantivi: l’impersonalità/eternità e, di conseguenza, l’ineluttabilità del loro dominio. Sembra che Mercato, Finanza e Banche siano entità
sovrumane, creazioni che siano sfuggite al controllo umano. Ma, come è ovvio, i mercati sono gestiti da esseri umani, così come i banchieri ed i finanzieri sono esseri che (forse) appartengono alla nostra specie. E sono esseri umani con quella stessa, particolare forma mentis propria di tutte le élites dominanti che, nel corso della storia, hanno costruito e conservato, attraverso violenza e alienazione ideologica, il sistema capitalista, che ha stretto in una morsa il mondo intero. Quella forma mentis rappresentata dalla propensione alla distruttività ed al genocidio, il tutto finalizzato all’accumulazione di ricchezze incommensurabili priva di senso logico e senza alcun limite. L’accumulazione di ricchezze ha prodotto e causa ancora direttamente distruzione di ogni cosa, devastazione ambientale e massacri di interi popoli.Ma anche il termine Crisi (al cui significato abbiamo dedicato un numero di Kronstadt) racchiude un concetto ineffabile e pone alcuni interrogativi. In particolare è da verificare se si tratti del prodotto di una fase di riassestamento del capitalismo in presenza di una enorme crescita della dimensione finanziario/speculativa, oppure una giustificazione all’intensificarsi esponenziale delle rapine ai danni delle classi popolari ed al loro estendersi al Nord del mondo, o, ancora, entrambi gli aspetti si intrecciano creando un vortice nel quale sta sprofondando l’umanità intera.

Molto probabilmente siamo al culmine di un processo iniziato verso la fine degli anni settanta, riposizionatosi dopo
l’89, con il quale, con lo scemare e/o il riassorbimento delle rivolte sociali del decennio precedente, le élites dominanti
(economiche, politiche e militari) hanno lavorato con tutti gli strumenti a loro disposizione, dai mass media, all’asservimento della scienza e la cultura, alla guerra ed il terrorismo, per cancellare, nei paesi del Nord “ricco”, quelle briciole di benessere che avevano precedentemente concesso anche grazie a forti mobilitazioni operaie e popolari. Lo spauracchio della crisi è stato, ed è utilizzato per convincere, obtorto collo, le classi subalterne dei paesi europei a cedere le (poche) garanzie e tutele sociali che, per una cinquantina d’anni, erano abituate a possedere:
sanità ed istruzione per (quasi) tutti, pensioni sufficienti a vivere gli anni della vecchiaia per una buona parte delle persone, almeno quelle che non morivano prima “di lavoro”, trasporti “pubblici” mediamente accessibili …. in sostanza
quello che era chiamato “stato sociale”.
La Crisi è stata preceduta da decenni di martellante ed ossessiva campagna pseudoculturale, partita dagli USA. Sono
stati magnificati i miracoli che avrebbe dovuto produrre l’applicazione dei principi del cosiddetto neoliberismo: meno
tasse (per i ricchi in particolare), privatizzazione di ogni servizio “pubblico”, tagli alle pensioni ed eliminazione di tutto
quanto faceva parte di quello che era definito Welfare State.
Infine, la Crisi è anche servita per eliminare quasi ogni residuo di minima decisionalità popolare nelle istituzioni accentuando lo svuotamento degli elementi “liberali” presenti negli Stati “democratici”, ridisegnati, dietro lo spettacolo mediatico della “Democrazia Occidentale”, come una sorta di dittature tecnocratiche.
In sostanza i poteri dominanti hanno deciso che si può ridurre sempre più il feticcio della democrazia rappresentativa.
Anzi anche il rito elettorale consunto inizia a diventare un impaccio, come è stato evidente nei casi della Grecia e dell’Italia, dove gli uomini della grande finanza si sono fatti avanti in prima persona occupando il vertice del Governo. Lo Stato ora interviene attuando un “welfare per i ricchi”, e accentua sempre più controllo/repressione e militarismo, esso si riparametra nella sua dimensione di indispensabile pilastro del Capitale.
Oltre le macerie L’anno in corso ha però visto anche l’ emergere delle “primavere arabe” che avevano lasciato intravedere speranze di riscatto per le popolazioni che abitano il Nord Africa ed il Medioriente. Ma le potenze imperialiste, secondo le loro devastanti logiche, sono riuscite ad incanalarle/irreggimentarle (vedi Egitto
e Tunisia) o a distruggerle attraverso i bombardamenti (utilizzando strumenti di distruzione sempre più tecnologici) e
a fomentare, armandole, guerre incivili interetniche e/o religiose (Libia e Siria).
Sembrerebbe allora delinearsi un futuro senza speranza. Ma forse non è così.
Negli USA i movimenti Occupy continuano ad esistere ed a lanciare messaggi di metodo e di contenuto dall’interno
del centro del Capitalismo. E che dire del Messico e della Palestina dove la resistenza delle popolazioni pone grossi
problemi alla repressione senza limiti di governi assassini.
Così nella vecchia Europa, i cui popoli vengono dissanguati dalla macchina succhia soldi rappresentata dal famigerato
debito pubblico, non tutto tace. In Grecia ormai da alcuni anni le piazze si riempiono periodicamente di centinaia
di migliaia di persone che rabbiosamente cercano di far sentire la loro voce. Sono state inoltre avviate importanti esperienze di autorganizzazione nella gestione dal basso di ospedali ed ambulatori e ed altri servizi di fronte ad uno Stato che non riesce – cioè non vuole – più assicurare quel minimo di welfare esistente. Anche in Spagna, sfidando le pallottole omicide sparate ad altezza d’uomo dalle forze speciali antisommossa, gli indignados proseguono, a fasi alterne, la loro lotta contro i governi che si succedono.
E nel nostro paese che sta succedendo?
Dopo la fine ingloriosa della Prima Repubblica, il ventennio berlusconiano (“stampellato” da ciò che resta della sinistra), fondato su una ragnatela di ladroni senza scrupoli e faccendieri sta volgendo al termine. Ciò che resta sono solo macerie sulle quali stanno ballando coloro che si sono arricchiti in questi lunghi anni, protetti da leggi ad hoc, lasciando nella povertà milioni di persone. E sembra che tutto taccia, sembra di stare in un paese narcotizzato. Ma non è così: lotte frammentate, dall’Ilva di Taranto ai lavoratori della Sardegna, esplodono; si tratta però di lotte isolate e disperate, represse tutte le volte che approdano a Roma. C’è comunque la sensazione di stare su una polveriera
che ogni giorno che passa sia sul punto di scoppiare. E lo Sato ne è consapevole attuando una continua repressione
preventiva rivolta in primo luogo contro le varie espressioni del movimento anarchico e criminalizzando quelle che sono le mobilitazioni più radicali ed autorganizzate (in particolare il movimento NO TAV che da anni e con forza sempre rinnovata sta bloccando uno degli scempi ambientali più disastrosi). Ma, come si diceva, il quadro complessivo è quello di una resistenza sociale ancora troppo localizzata e sporadica.
Dal nostro punto di vista, quello anarchico, è necessaria una reazione più forte e coordinata. Dovremmo essere maggiormente presenti nelle mobilitazioni e nelle lotte. In un ottica pluralista, segno che contraddistingue l’agire antiautoritario, riteniamo necessario impegnarci a diffondere una vera cultura, concreta dell’autorganizzazione e dell’azione diretta senza deleghe, mettendo veramente a disposizione, arricchendolo continuamente, il nostro patrimonio ideale e storico.