Foglio anarchico e libertario del gruppo Kronstadt Toscano

Maghreb libero

di Marcello

Rivolte, sommosse, ribellioni.

Un nuovo vento di protesta spira con forza nei paesi del Nord Africa; zone del mondo che il capitalismo appellava, ma che alcuni intellettuali o presunti tali si ostinano a chiamare, “paesi del Terzo Mondo” ovvero quelli non allineati alla divisione “imposta” dai due blocchi statunitense e sovietico. Le rivolte popolari contro i regimi reazionari scoppiate in Algeria, Tunisia, Yemen, Egitto, Libia, hanno ottenuto sino ad ora la fuga di Ben Alì e la destabilizzazione del regime di Mubarak. Cercare di spiegare in modo esaustivo le motivazioni di questi fatti non è semplice ma è possibile tracciarne dei larghi tratti atti a dipingere in modo più chiaro il quadro geopolitico.

Le rivoluzioni che, a partire dalla Tunisia, si sono estese in gran parte del Nord Africa hanno infatti più chiavi di lettura; alcune un po’ false o forvianti: “le rivolte per il pane”, altre semplicistiche: “le rivolte contro il dispotismo”, altre ancora: “teoriche del complotto”.

È senz’altro vero che questi paesi hanno un “tenore di vita medio” molto basso, ad esempio in

Egitto la spesa per la sussistenza alimentare ammonta al 48,1% rispetto al 17,5% dell’Italia(1) ma queste stesse percentuali non hanno senso in Libia; però tali rivolte, a titolo esemplificativo quella tunisina(2), non possono essere imputate esclusivamente al carovita, o all’abbattimento di regimi dispotici in quanto “non spiegano il perché “despoti” al potere da quaranta anni siano stati messi fuori gioco in poco tempo, né la diffusione rapidissima del contagio in un’area molto vasta”(1) le motivazioni vanno esaminate in una ottica molto più attenta che vede nella crisi capitalistica, nella globalizzazione neoliberista, nello sfruttamento imperialista e nel tentativo di riaffermazione della dignità di questi popoli i suoi capisaldi.

Analizziamo ognuno dei casi dove le rivolte sono più brucianti.

Caso tunisino

“La Tunisia ieri (15 gennaio 2011) si è risvegliata, lentamente, con un’unica certezza: Ben Ali se n’è andato e non tornerà più.”(3) con questa frase lapidaria della Sgrena viene acclamata la rivoluzione tunisina, rivoluzione che ha pregressi dal 2008 ma che vede come elemento scatenante il suicidio di Mohamed Bouazizi, il 17 dicembre 2010, “un giovane venditore di frutta e verdura, si è bruciato per disperazione dopo che alcuni poliziotti gli avevano confiscato la merce e il carretto di vendita e le autorità locali gli avevano impedito di lavorare”(4). Sicuramente lapopolazione tunisina mal tollerava la mancanza di libertà, la corruzione, la disoccupazione e la repressione instaurate e attuate in modo esemplare dal regime di Ben Alì; però per ben capire l’evoluzione delle sommosse e l’importanza che questo paese aveva assunto nella strategia dell’imperialismo statunitense bisogna analizzare il contesto politico arabo degli anni ’50 e ’60.

“Nel 1952, in Egitto alcuni ufficiali rovesciavano la monarchia del re Farouk e proclamavano la repubblica.

Con Nasser alla sua guida, l’Egitto diviene la base del nazionalismo arabo con idee rivoluzionarie ispirate al socialismo. Come attestato dalla nazionalizzazione del canale di Suez, l’arrivo al potere di Nasser rappresenta un colpo duro per l’Occidente, in quanto la politica del presidente egiziano è in contrasto totale con gli obiettivi egemonici delle potenze occidentali nel Vicino e nel Medio Oriente. … Nel 1962, l’indipendenza d’Algeria invia un segnale forte all’Africa e al Terzo Mondo, mettendo in allerta le potenze imperialiste. Ugualmente bisogna sottolineare il colpo di Stato in Libia da parte di Kadhafi nel 1969. Questo colonnello assume il potere e nazionalizza importanti settori dell’economia, a grave scapito dell’Occidente. Dieci anni più tardi, in Iran la rivoluzione islamica detronizza lo Scià, uno dei pilastri più importanti della strategia degli Stati Uniti in Medio Oriente. In breve, in questo periodo, un movimento anti-imperialista molto forte sfida gli interessi strategici degli Stati Uniti nel mondo arabo. Per fortuna per Washington, non tutti i paesi della regione seguono la via di Nasser. Questo è il caso della Tunisia. Nel 1957, un anno dopo l’indipendenza tunisina, Bourguiba, il presidente tunisino, è uno dei principali dirigenti arabi a scrivere nella prestigiosa rivista statunitense, Foreign Affairs. … Siamo in piena Guerra Fredda. I Sovietici sostengono Nasser la cui influenza si sta allargando nella regione. E gli Stati Uniti hanno bisogno di agenti filo-imperialisti come Bourguiba per non perdere il controllo strategico sul mondo arabo.”(4)

Sotto Bourguiba la Tunisia conosce indubbiamente dei progressi nell’istruzione e nella condizione femminile ma apre la strada ad nazionalismo liberista che si sarebbe trasformato in dittatura. Infatti, nel 1987 Ben Alì succede a Bourguiba e prosegue il cammino precedente abbandonando però il capitalismo di stato in favore di un neoliberismo con un grossissimo piano di privatizzazioni. Tutto ciò ha permesso da un lato a Ben Alì e ai Trabelsi (la famiglia della moglie) di arricchirsi a dismisura svendendo le materie prime alle multinazionali occidentali, dall’altro di incrementare l’istruzione, il turismo e di “sconfiggere il pericolo islamico”.

“Il regime di Ben Ali è stato considerato dalla stampa e dalle diplomazie occidentali un esempio da seguire, per la sua moderazione, per i successi economici e sociali ottenuti… ma era chiaro che si trattava, in realtà, di un regime ferocemente repressivo, con una censura che arrivava ad essere persino ridicola tanto era esagerata, con un tasso di disoccupazione altissimo, che nella fascia d’età tra i 15 e i 30 anni supera il 40%, e con un sistema di corruzione che avvolgeva l’economia nazionale, gestito in modo mafioso da due famiglie: quella di Ben Ali e quella della moglie, Leila Trabelsi.”(5)

La “rivoluzione dei gelsomini”, come è stata definita dai media occidentali forse in riferimento alla rivoluzione dei garofani nel 1974 in Portogallo, ha avuto successo perché è riuscita a toccare tutti i segmenti della società, compresi alcuni settori dell’esercito e della polizia che hanno simpatizzato con i manifestanti. In tal caso l’apparato repressivo non è stato più in grado di funzionare come aveva fatto fino a quel momento.

“La Tunisia”, però, “ha appena vissuto una doppia rivolta, ma non è ancora una rivoluzione”(6) infatti, le forze armate hanno assunto il controllo nominandosi “garanti della rivoluzione” e promettendo di rispettare la costituzione ma tra il popolo serpeggia un forte sentimento d’incertezza e le prospettive per il futuro rimarranno solo delle ipotesi fintanto che non verrà riorganizzata la polizia, prima sotto lo stretto controllo di Ben Alì, e non sarà possibile esprimere una reale alternativa. “I padroni dei media di ogni stampo accorrono al capezzale della giovane democrazia per dare prescrizioni e consigli interessati. Perché, se il dittatore se n’è andato, la dittatura non è finita. Il suo organo principale, il Rassemblement constitutionnel démocratique (RCD), partito di massa che rivendica un milione di aderenti (ovvero un tunisino su dieci), e che controllava tutti gli ingranaggi e il sistema di corruzione del paese, è

ancora in piedi e detiene i posti chiave nel nuovo governo.”(7)

Caso egiziano

Alla “rivolta dei gelsomini” tunisina, ha fatto seguito la ribellione in Egitto. Il popolo egiziano si è rivoltato contro il regime di Mubarak. Dal 28 gennaio la popolazione è scesa in piazza sfogando “tutta la frustrazione accumulata in trent’anni di regime”(8) e dopo 18 giorni di lotta popolare dura, con 300 morti, migliaia di feriti e migliaia di arresti, è riuscita a destabilizzare, ma non a cambiare, uno dei regimi più spietati e brutali del Medio Oriente. Il popolo egiziano comincia quindi a respirare dopo 30 anni di oppressione e sottomissione.

Dopo la sua fuga presso Sharm el Sheikh, nel Sinai, Mubarak ha trasferito tutti i suoi poteri al Consiglio militare supremo. Il «parlamento parallelo», eletto dall’Assemblea del popolo e nato come risposta alle elezioni farsa che avevano permesso al Partito Nazionale Democratico (PND) di avere il 97% dei seggi, cerca di interloquire con il Consiglio militare supremo e con i suoi comunicati. Tanti sono i dubbi e poche le certezze. La transizione verso forme democratiche è dura e ardua, in un paese, come del resto nel caso tunisino, in cui Mubarak, nonostante gli insuccessi, era stimato e godeva di un forte appoggio.

Altro parallelo con il dittatore tunisino è l’accumulo delle “fortune personali” con stili di vita sfarzosi per mogli e figli. “La ricchezza di Mubarak, della sua famiglia e dei suoi alleati politici è stata a lungo una fonte di risentimento in una nazione con alto tasso di disoccupazione e una povertà immensa”(9), infatti “il 40 per cento della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e perfino i cittadini del ceto medio istruito, i cui figli sono scesi in piazza per protestare, non hanno visto migliorare la loro situazione, con un tasso di disoccupazione che si aggira intorno al 20%”(8).

Dopo l’abbandono di Mubarak, “tutti, dal rappresentante del partito Tagammo (sinistra) a quello dei Fratelli musulmani, hanno preparato un documento in nove punti che presenteranno ai vertici delle forze armate.

È, dicono, un testo «fondamentale» per accelerare la transizione verso la democrazia”(10). I punti fondamentali di cambiamento riconosciuti da tutti i partiti e da tutti i movimenti, da quello del 25 Gennaio a quello del 6 Aprile, sono i seguenti:

– la sospensione immediata della legge di emergenza varata 30 anni fa

– lo scioglimento immediato del parlamento e del senato egiziano

– la cancellazione della vecchia costituzione e la creazione di una assemblea costituente

– assicurare immediatamente la libertà di espressione e la libera circolazione delle informazioni

– la liberazione di tutti i detenuti politici e di tutti i leader politici dell’opposizione

Si discute molto del ruolo dell’esercito. É forte il timore che i generali dell’esercito controllino la rivoluzione innescata dai giovani, diventata rivoluzione di tutto il popolo, per svuotarla dei suoi contenuti, nonostante le parole dei militari che hanno annunciato le dimissioni del dittatore.

“«Stiamo decidendo se svuotare del tutto piazza Tahrir dove abbiamo sconfitto il raìs oppure lasciare un presidio permanente, dipenderà molto dalla revoca delle leggi d’emergenza da parte delle autorità militari», ci dice la portavoce del Movimento 6 Aprile…I comandi militari non hanno sciolto i nostri dubbi. Il loro comunicato conferma il governo in carica e non fornisce alcuna scadenza per l’attuazione della road map della democrazia in Egitto, non fornisce alcuna indicazione su come procederà e con quali modalità la transizione.

Dobbiamo essere vigili. Mubarak non è più al potere ma il resto è tutto da costruire”(10).

Moltissimi gli interessi politici ed economici che riguardano l’Egitto. “Per l’Occidente l’Egitto svolge un ruolo importante nello scacchiere mediorientale. Con i suoi 80 milioni di abitanti, è il paese più popoloso del mondo arabo. Anche se la sua influenza sta diminuendo, il paese impone la sua lingua e la sua cultura soprattutto quella giovanile, a tutta la regione. Inoltre ogni anno per il canale di Suez passano il 7% del traffico marittimo globale e circa il 2% delle spedizioni di petrolio.”(8).

Non va inoltre dimenticato che il possibile stravolgimento della dittatura egiziana potrebbe condurre a ritrattare gli accordi di Camp David (1978) e il conseguente trattato di pace con Israele (1979) e ad aprire la strada alla rottura del blocco contro la confinante striscia di Gaza, dove da anni Israele ed Egitto tengono prigionieri un milione e mezzo di palestinesi. Molti temono, con l’avanzare dei Fratelli Musulmani, un possibile modello iraniano, altri un modello turco stile Erdogan.

Qualunque sia la transizione, sia i movimenti che i partiti politici sono troppo deboli per innescare un cambiamento repentino e la ricerca di un sostituto temporaneo di Mubarak si fa sempre più pressante. Da Omar Suleiman, vice presidente nominato dal vecchio dittatore a Mohamed el Baradei, premio Nobel per la pace del 2005 ed ex direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), si è aperto il toto presidente. Chi prenderà il posto di Mubarak? Spinte neo-coloniali, da parte degli Stati Uniti, e possibili commistioni islamiche scuotono il paese. Le angosce sono tante: “Pur ancora brancolando nel buio ma memori di come nel 1979 persero il controllo dell’Iran, oggi gli Stati Uniti non possono assolutamente concedersi il lusso di perdere l’Egitto, l’asse portante della loro politica nel Nord Africa e nel Medio oriente, lo snodo cruciale tramite il quale mantengono saldo il sistema di alleanze filo occidentali nella regione, l’interfaccia che consente loro di bilanciare in qualche modo lo strapotere di Israele e di espandere la loro influenza politica ed economica su tutti gli stati della regione. E sono giustamente preoccupati, dato che, dopo la Tunisia e l’Egitto, anche in Giordania e nello Yemen si sono accesi piccoli focolai di rivolta”(11).

Caso libico

Le proteste tunisine si sono propagate anche in Libia in particolar modo nella regione della Cirenaica con le città di al-Bayda, Bengasi, Tobruk. Sommosse “sedate” con il sangue da parte del colonnello Muammar Gheddafi, al potere da 42 anni, che non ha esitato ad utilizzare le forze armate con mitragliatrici e caccia da combattimento e ad assoldare mercenari, “i berretti gialli, come li chiama la gente per il colore del loro copricapo”(12), per sparare sulla folla in un primo momento disarmata. Migliaia i morti. La repressione non si è fermata quì ma ha steso la sua mano anche sui mezzi di comunicazione “dopo l’oscuramento di Internet e delle tv satellitari, in molte città della rivolta sta mancando l’elettricità.”(12), azione messa in atto anche dal regime egiziano.

Occorre però fare dei distinguo nelle rivolte politiche del Medio Oriente, valutando attentamente le diverse dinamiche, “questa accortezza diventa ancora più necessaria nel valutare gli eventi in Libia e le profonde differenze con quanto accaduto negli altri paesi del Maghreb, Tunisia ed Egitto soprattutto. Non solo, occorre anche separare il giudizio su Gheddafi rispetto alle cause e alle conseguenze eventi in corso. In Libia, diversamente che in Tunisia e in Egitto, dobbiamo parlare di guerra civile e non di rivolta popolare.”(13). Infatti, dobbiamo considerare che le condizioni socio-economiche dei libici sono migliori di quelli degli altri paesi della zona ma anche che la popolazione libica è divisa in tribù e che lo stesso colonnello ha contribuito ad assembrarle in una nazione.

Infatti, “Gheddafi, è stato un valoroso combattente anticolonialista e per anni ha cercato di alimentare focolai di rivolta contro il neocolonialismo in Africa e Medio Oriente”(13), “quando fu protagonista del colpo di stato nel ’69 aveva davanti a sé un paese pieno di piccole organizzazioni, clanico, e lui ha contribuito a farne una nazione. In un anno ha cacciato le basi militari americane e inglesi, ha espulso i 20mila italiani che costituivano ancora un retaggio del colonialismo.”(14) ma “dopo anni di embargo (e di bombardamenti USA non dimentichiamolo) nel 1999 Gheddafi ha cercato la strada del compromesso con l’imperialismo, soprattutto dopo l’11 settembre…”(13) ciò ha permesso dal 2004 che gli Stati Uniti non considerassero più la Libia uno “stato canaglia” e “sono tornati ormai da sette anni con quattro multinazionali petrolifere ad attingere al petrolio di Tripoli. E gli interessi non sono solo per il petrolio perché i francesi hanno attivato contratti per vendere i loro aerei da combattimento, la Gran Bretagna aveva mandato Tony Blair – che con Seif al Islam risolse anche la vicenda drammatica di Lockerbie – come commesso viaggiatore d’affari. Tutti in fila per vendere forniture. Perché in Libia-Piazza Affari c’è da cambiare tutto: ci sono da costruire aeroporti nuovi, la famosa ferrovia, l’autostrada litoranea dovrà costruirla l’Italia. Come da accordo storico con il quale il governo italiano riconosce le infamie italiane colonialiste e fasciste, per avere in cambio il contenimento – vale a dire nuovi campi di concentramento – dell’immigrazione disperata del Maghreb e dell’interno africano.”(15).

L’apertura palese ai paesi imperialisti ha fatto commettere ulteriori errori a Gheddafi: da una parte ha dimenticato che la Cirenaica è ancora pervasa dal mito di Omar el Mukhtar, considerato un eroe libico contro l’Italia colonialista, dall’altra ha “sempre minimizzato l’importanza delle tribù del Gebel, della «montagna», che sono a 50 km da Tripoli.”(14).

Inoltre, le proteste libiche non hanno nulla a che spartire con quelle egiziane e tunisine, infatti, “la Libia non ha masse di disperati urbani, in parte perché il regime ha adottato un sistema paternalistico/assistenziale che evita gravi forme di miseria, ed in parte perché mancano proprio le masse, dato che si sta parlando di un paese spopolato…”(16).

In sostanza l’importanza che gioca la Libia nello scacchiere del Mediterraneo è immensa.

“Grazie alle ricche riserve di petrolio e gas naturale, la Libia ha una bilancia commerciale in attivo di 27 miliardi di dollari annui e un reddito pro capite medio-alto di 12mila dollari, sei volte maggiore di quello egiziano. Nonostante le forti disparità, il livello medio di vita della popolazione libica (appena 6,5 milioni di abitanti in confronto ai quasi 85 dell’Egitto) è quindi più alto di quello dell’Egitto e degli altri paesi nordafricani. ..a fuggire quindi sono soprattutto tecnici delle grandi compagnie petrolifere. Non solo l’ENI, che realizza in Libia circa il 15% del suo fatturato, e Finmeccanica ma anche altre multinazionali soprattutto europee: BP, Royal Dutch Shell, Total, Basf, Statoil, Rapsol. Sono costretti a lasciare la Libia anche centinaia

di russi della Gazprom e oltre 30mila cinesi di compagnie petrolifere e di costruzioni. Una immagine emblematica di come l’economia libica sia interconnessa all’economia globalizzata, dominata dalle multinazionali.” (17)

È molto probabile che in Libia vi sia in atto un “golpe”(16) per la spartizione delle risorse naturali e per accaparrarsi la costruzione di servizi più o meno imponenti e “non si può quindi escludere che la rivalità etnica sia ancora la leva con cui altre potenze coloniali oggi stiano cercando di destabilizzare il regime di Gheddafi, magari prospettando ai vari capi tribali la possibilità di cogestire il business del petrolio con le multinazionali anglo-americane”.

I flussi migratori verso l’Italia e l’Europa saranno incrementati ma i barconi carichi di profughi e di migranti hanno spesso la funzione di distogliere l’attenzione dai veri ingressi nei porti: quelli delle petroliere e delle navi gasiere.

Tutto ciò non potrà lasciare impassibili gli “esportatori di democrazia” e la forze USA/NATO si preparano per una nuova “guerra umanitaria”(17),(18). Gli interessi non sono solo dell’Occidente ma anche delle nuove forze capitaliste; infatti, Pechino auspica un ritorno alla normalità in Libia e ciò appare evidente basta considerare che “il commercio cino-libico è in forte crescita (circa il 30% solo nel 2010)”(17)

Cosa accomuna quindi le rivolte e le proteste, ripeto parlare di rivoluzioni mi sembra alquanto prematuro, in Nord Africa?

Quasi tutti i popoli oppressi del Medio Oriente hanno visto e hanno capito cosa vuol dire la autodeterminazione e la forza di un popolo. La liberazione dagli stati coloniali ha instaurato una finta liberazione delle popolazioni e delle zone di terra dove vivono, e attraverso vari stadi: dalla nazionalizzazione alla liberalizzazione delle risorse naturali ha permesso la ricolonizzazione da parte delle multinazionali economiche in accordo con i despoti locali. Dietro le rivolte in Egitto, in Tunisia, in Algeria, in Libia, c’è un’ èlite di giovani africani poliglotti, digitalizzati (basta valutare l’importanza che hanno avuto gli universitari e le comunicazioni informatiche nelle proteste) che hanno preso un minimo di coscienza della propria schiavitù, della propria miseria e spinti alla disperazione per la situazione in cui vivono hanno cercato di dare un peso sostanziale alle proprie decisioni senza aspettare di essere avallati dai loro governi. “I Tunisini, gli Egiziani e i popoli del Terzo Mondo sono meglio informati, da una parte grazie ad Al-Jazeera e d’altro canto attraverso Internet e le sue reti sociali. L’evoluzione delle tecnologie dell’informazione ha aumentato il livello dell’istruzione e di presa di coscienza delle persone. Il popolo non è più una massa di contadini analfabeti.”(4)

“In definitiva, negli ultimi anni si è verificato uno sviluppo dipendente, subalterno a quegli stessi paesi occidentali che oggi parlano ipocritamente di democrazia e che condannano la violenza di “despoti” fino a ieri appoggiati in tutti i modi e considerati controparti affidabili. La debolezza e la repentina caduta di queste élite è dovuta proprio al fatto di essere pressoché semplici intermediari degli interessi esteri. In qualche caso, saliti al potere con il concorso decisivo dei servizi segreti europei, come Ben Alì in Tunisia grazie ai servizi italiani (Craxi ha avuto un ruolo importantissimo). … Il principale nemico dei popoli arabi e nord-africani è chi sta dietro i “despoti”, ovvero quello che possiamo chiamare neo-imperialismo, che non si basa sul controllo diretto del territorio, come il vecchio imperialismo colonialista. L’imperialismo odierno si fonda sul controllo per procura dell’economia e delle materie prime e scarica, attraverso i mercati finanziari, le sue contraddizioni, la crisi in primo luogo, sui paesi periferici. Il punto, dunque, non è la rivendicazione di una democrazia astratta, ma la rivendicazione di rapporti sociali e internazionali di tipo diverso.”(1)

Il mondo è ormai uno scacchiere in cui la partita è globale. Oltre ai soliti ruoli USA/NATO cosa faranno la Russia, la Cina, l’asse Turchia-Iran? È chiaro che nessuno starà a guardare.

Cosa possiamo concludere da uno scenario così devastante: che la disinformazione agisce quasi indisturbata e che grandi schemi di potere si giocheranno nelle zone del Maghreb.

Le rivolte in Tunisia e in Egitto hanno forse avuto un carattere spontaneo ma a mio avviso non contengono ancora progetti alternativi di società, noi come anarchici e anarchiche non possiamo che spingere le masse a una rivolta generalizzata attraverso l’azione diretta che liberi tutti e tutte dai controlli dei poteri economici e che finalmente autodetermini i popoli.

Riferimenti

(1) Domenico Moro, Le vere cause delle rivolte in Nord Africa, Resistenze del 23 febbraio 2011

(2) AA.VV., Rivolta del pane in Tunisia, decine di morti: «La polizia smetta di sparare», Corriere della Sera del 08 gennaio 2011

(3) Giuliana Sgrena, Ben Ali non abita più qui, Il manifesto del 16 gennaio 2011

(4) Michel Collon, Grégoire Lalieu, Mohamed Hassan: «Le cause della rivoluzione tunisina vanno ben oltre Ben Ali e la sua fazione», 01 febbraio 2011 tratto da http://www.michelcollon.info È possibile leggerene la traduzione in http://www.marx21.it

(5) Mario Sei, La rivoluzione in Tunisia: una storia reale o virtuale?, 09 febbraio 2011 tratto da

http://www.comedonchischiotte.org

(6) Sami Naïr, La Tunisia brucia, tratto da Internazionale del 21 gennaio 2011

(7) Mohamed gruppo Pierre-Besnard della Fédération anarchiste, La caduta di Ben Ali e del suo clan di mafiosi. Fine del dittatore, non della dittatura, Umanità Nova del 06 febbraio 2011

(8) AA.VV., Tempo scaduto per il faraone, tratto da Internazionale del 04 febbraio 2011

(9) Sudarsan Raghavan, Egyptians focus their attention on recovering the nation’s money, The Washington Post del 13 febbraio 2011

(10) Michele Giorgio, Il nuovo Egitto con tanti dubbi, Il manifesto del 14 febbraio 2011

(11) AA.VV., Chi prenderà il posto di Mubarak? Egitto: le teorie dei Neocons alla prova dei fatti, Umanità

Nova del 13 febbraio 2011

(12) Abi Elkafi, Libia nel caos, decine di morti, Il manifesto del 22 febbraio 2011

(13) Sergio Carraro, Libia. Non è una rivolta popolare ma una guerra civile. I dovuti distinguo,

Megachip del 24 febbraio 2011

(14) Angelo Del Boca, Nel precipizio, Il manifesto del 22 febbraio 2011

(15) Tommaso De Francesco, Gheddafi reggerà, in cirenaica rivolta endemica, Il manifesto del 20

febbraio 2011

(16) Comidad, Libia: una guerra del petrolio tra ENI e BP?, 24 febbraio 2011 tratto da

http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=402

(17) Manlio Dinucci, La Libia nel grande gioco. Al via la nuova spartizione dell’Africa, Il manifesto del 25 febbraio 2011

(18) Tommaso De Francesco, Verso un’altra guerra “umanitaria”, Il manifesto del 25 febbraio 2011