di Alberto
Dopo l’azione di forza di Pomigliano, la tattica del rapinatore Marchionne e della sua composita cricca , composta da azionisti, governanti a stelle e strisce e tricolori e sindacalisti con il ruolo di kapò, è stata applicata anche a Torino. Niente di nuovo sembrerebbe: i padroni hanno da sempre cercato di spolpare i lavoratori, spesso fino ad ucciderli. Ma non penso sia proprio così: l’imposizione da parte di una azienda di condizioni di lavoro, e di vita, per mezzo delle quali gli operai vengono costretti a ritmi allucinanti e senza possibilità di organizzarsi per lottare rappresenta un salto di qualità notevole. Marchionne ricorda sinistramente il tristemente famigerato Valletta, l’amministratore delegato della Fiat nel secondo dopoguerra, che, in nome della ricostruzione “nazionale” impose in fabbrica un clima di terrore e di ricatto. Con una piccola differenza: Vittorio Valletta guadagnava “solamente” 30 volte il salario di un operaio, Sergio Marchionne ben 170 volte. Già il salto di qualità nell’inveterato vizio della rapina tipico di tutti i padroni, privati e statali, risulta evidente.
A tal proposito c’è da dire che ciò si inquadra facilmente nel contesto italiano dove il potere statal/capitalistico si mostra sempre di più come una sorta di camarilla da basso impero dove gli aspetti gangsteristici rimangono quasi gli unici evidenti. Succhiare il sangue e la vita di chi ha la fortuna di avere un posto di lavoro con balzo indietro nei secoli: sembra di trovarci nell’ottocento londinese con la differenze che la tecnologia al servizio dello sfruttamento si trova ad anni luci di distanza dagli antichi telai in quanto a capacità di estrarre profitto dal lavoro altrui. E senza dimenticare l’utilizzo di questa nel controllo (mass media e vigilanza ossessiva e pervadente attraverso occhi elettronici omnipresenti in ogni spazio) e nella repressione (armi sempre più sofisticate e micidiali, sperimentate nelle guerre nel sud del mondo e pronte all’utilizzo casalingo) di ogni dissenso e ribellione. Da anni è inoltre in corso, ed oggi si accentua in maniera feroce, un attacco senza limiti alle condizioni di vita delle classi subalterne: cancellazione dei diritti sociali duramente conquistati con le lotte da lavoratrici e lavoratori; controriforma classista e mercificante dell’università; precarizzazione totale della vita per milioni e milioni di persone; campi di concentramento per gli immigrati, da super-sfruttare o da utilizzare come capro espiatorio nel quadro di un sistema concentrazionario istituzionale; continui massacri di popolazioni inermi in Afghanistan, per logiche di profitto e geopolitiche, mediante la “guerra umanitaria” d’occupazione con enormi investimenti in armamenti mentre si taglia ulteriormente la spesa sociale per i bisogni fondamentali delle persone.
Come attore protagonista dell’ultima zampata padronale è quindi salito alla ribalta nel 2010 l’affarista Marchionne che, utilizzando sia l’ideologia della “crisi” che quella della “globalizzazione” (due facce della stessa medaglia), ha dato l’ultima mazzata alle classi operaie. Benedetto dal capo dell’azienda-Italia Berlusconi, e dalla stampella di regime Bersani, lo speculatore finanziario della Fiat Marchionne ha imposto sotto ricatto gli “accordi” di Pomigliano e Mirafiori, veri e propri diktat da “padrone delle ferriere” ai lavoratori, della serie: o accettate di essere sfruttati ulteriormente peggio che bestie da soma oppure vi butto in mezzo alla strada voi e le vostre famiglie! Ora in Fiat tutto diventa legittimo: far lavorare gli operai sino allo sfinimento (anche 10 ore al giorno per quattro giorni consecutivi), con pause ridottissime e la mensa spostata a fine turno, il divieto di ammalarsi, quello di scioperare contro l’accordo e l’impossibilità di eleggere i propri rappresentanti, che saranno nominati d’ufficio dai sindacati collaborazionisti che l’avranno firmato (Fim, Uilm, Ugl e il sindacato giallo Fismic). Fuori rimane la Fiom che non l’ha sottoscritto, così come i sindacati di base. Tuttavia la Fiom, bisogna dirlo in maniera chiara e netta, è vittima più di se stessa che di Marchionne avendo, da anni, cogestito un sistema di relazioni sindacali fondato sulla sistematica esclusione dai diritti di rappresentanza del sindacalismo conflittuale e alternativo, ciò nel quadro di una subalternità alle logiche concertative.
In questo barbaro contesto il voto al referendum di Mirafiori – che ha approvato di stretta misura l’accordo, molto più stretta che a Pomigliano – dice una cosa molto semplice: quasi la metà dei lavoratori ha respinto nettamente il ricatto, altri hanno ceduto al sì intimiditi e minacciati dall’azienda, dai sindacati collaborazionisti, dalla campagna terroristica dei mass-media padronal-governativi, dalla propaganda dei burocrati del centro-sinistra, dalle ambiguità dell’ineffabile Camuso, sostenitrice della concertazione filo-padronale. Ma quello di Marchionne non è un esordio. Chi si ricorda che un anno addietro era apparso sulla scena il perverso Brunetta con il suo decreto anti fulloni? All’epoca, salvo rare eccezioni estremamente minoritarie, la nuova normativa che obbliga i dipendenti pubblici ad un futuro da caserma, non fu neanche ostacolata da un’opposizione paragonabile a quella delle tute blu.
Come la riforma Brunetta è passata e piano piano verrà applicata a milioni di lavoratori e lavoratrici, il modello Marchionne, si cercherà di estenderlo negli altri stabilimenti Fiat, nel suo indotto, ma anche fuori, nelle altre aziende, e nel restante mondo del lavoro. Il modello-Fiat potrebbe diventare il modello sociale futuro dove diritti sociali e libertà civili saranno sempre più a discrezione di padroni e burocrati i quali li ridurranno sempre di più!
Ma quanto potrà durare la quasi calma sociale italiana? Le avvisaglie di ripresa delle lotte ci sono già state: dalle mobilitazioni anti riforma Gelmeini nelle scuole e nelle università, alle continue rivolte nei CIE, allo sciopero del 28 gennaio indetto dalla FIOM, ma con presenza di parte del sindacalismo di base. Ancora troppo poco! Ma le rivolte del Maghreb sono vicine geograficamente. Ma anche nei protagonisti: chissà quanti ribelli nordafricani sono passati e si sono radicalizzati nei lager nostrani. Ma è ancora troppo poco. Questo modello, e quindi questo sistema, va combattuto radicalmente fin da subito e dappertutto, va combattuto attraverso il protagonismo diretto dei lavoratori, attraverso la lotta dal basso autodiretta e coordinata da parte di lavoratori autoctoni e immigrati, studenti, precari e disoccupati. Va combattuto non solo per riprenderci i diritti elementari (che non è poco ma è limitante), ma anche e soprattutto per prenderci il prodotto del lavoro ed eliminare la rapina quotidiana, per riprendersi la vita, mettendo in discussione ogni cosa a partire da ciò che utile produrre (sicuramente non le scatole di metallo in cui siamo obbligati a passare una buona parte della nostra esistenza).
