Foglio anarchico e libertario del gruppo Kronstadt Toscano

Kronstadt, Marzo 2011

Kronstadt, Marzo 2011

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SOMMARIO

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Editoriale

CRISI

Il concetto, la categoria di crisi è più che mai presente nel “discorso” politico contemporaneo. Oggi siamo dentro a quella che è stata definita dagli “esperti” come la più grande crisi economica degli ultimi ottant’anni, con assetti dominanti consolidati che ora tenderebbero a ridislocarsi a livello globale.

Detto ciò per il potere statal/capitalistico la crisi è una occasione per spingere l’acceleratore sullo sfruttamento dei dominati, sul militarismo che massacra i popoli e sulla predazione delle risorse naturali che determina il disastro ecologico/sociale.

Il sistema dominante – con le sue insaziabili speculazioni affaristico/finanziarie – produce oggettivamente ed endemicamente la crisi e poi quando questa arriva la utilizza per accumulare sempre maggiori profitti sulla pelle di moltitudini operaie.

Il potere è globale, la crisi è globale, la barbarie è globale e montante.

Profitti, bonus e dividendi continuano a scorrere, a getto continuo, per le multinazionali e i managers, per il padronato e la banche. La loro ricetta per la crisi? Massimizzare i guadagni e socializzare le perdite! Dunque per l’insieme delle classi subalterne ad ogni latitudine la crisi è una mannaia all’opera, una opprimente realtà fatta di disoccupazione, precarietà, miseria e violenza statale.

La crisi mondiale derivante dal crack finanziario in USA nel corso del 2008 ha determinato l’ulteriore aggressione sistemica alla vita sul pianeta, causando disastri sociali in varie parti del mondo.

In Messico, la crisi capitalistica ha il volto delle fameliche multinazionali che intensificano lo sventramento e prosciugamento dell’ecosistema per l’accumulazione economica calpestando diritti umani. Chi si oppone deve essere eliminato.La strategia delle multinazionali, dello stato messicano e delle sue entità locali è di fare terra bruciata di realtà sociali resistenti e progettuali: il Chiapas zapatista e Oaxaca libertaria in primo luogo. Comunità di donne e uomini che lottano e cercano di rigenerarsi nella solidarietà dal basso e nell’autogestione, esperimenti sociali fuori e contro le logiche capitalistiche, che possono dare speranza ad una specie umana sempre più alienata e soggiogata dal dominio.

In Europa da più di due anni la crisi si abbatte fortemente sulle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici e sulle nuove generazioni iper-precarizzate e “senza futuro”.

Anche in Italia la crisi morde. Mentre si accentuano i tagli governativi ai diritti sociali, le fabbriche delocalizzano e licenziano. Ecco dunque il manager speculatore Marchionne – sostenuto da governo, sindacati di stato sempre più gialli e centrosinistra – imporre un ritorno ad una rapporto capitale/lavoro di tipo ottocentesco, un balzo all’indietro verso la restaurazione di un padronato che comandi su servi muti, ubbidienti e riconoscenti, bestie da soma da utilizzare o dismettere a piacimento per accrescere gli incassi. C’è la crisi e allora lorsignori fanno di necessità virtù!

Ma contro il maglio della crisi emerge la lotta sociale

Ma dal basso si accende la ribellione contro lo status quo. Una forte lotta di classe si è sviluppata da tempo in Grecia, dove la maggior parte della popolazione è stata messa in ginocchio dai diktat neoliberisti della Banca Centrale Europea e dell’FMI. Nell’Ellade va avanti una ribellione popolare con fiammate insorgenti contro le devastazioni antisociali – massicci tagli alla spesa pubblica e drastica riduzione dei diritti – imposte dalla finanza internazionale ed eseguite dallo stato greco mediante la repressione. La ribellione ha visto e vede un composito movimento anarchico e libertario in prima fila, impegnato a sviluppare opposizione intransigente e autorganizzazione diffusa.

In Spagna, dove la disoccupazione dilaga, crescono le lotte sociali contro il governo di centrosinistra di Zapatero. Ci sono stati nell’ultimo periodo scioperi e manifestazioni contro le misure “anticrisi” governative con scontri in piazza con le forze repressive. Ad animare forme radicali di protesta le organizzazioni anarcosindacaliste come Solidaridad Obrera, CNT e CGT, fortemente impegnate in varie realtà lavorative sulla base dell’azione e della democrazia dirette, alternative ai sindacati concertativi di stato. Diffusa e battagliera la presenza nelle piazze anche di vari gruppi autorganizzati. Le misure del governo spagnolo consistono in un attacco alle pensioni dei lavoratori, tagli al welfare e ulteriore precarizzazione. Come in Grecia un governo di “sinistra” attua delle misure imposte dal potere centrale europeo e dalle oligarchie economiche. Come in Grecia tanti lavoratori non ci stanno, non si piegano.

Negli ultimi anni davanti a licenziamenti di massa, chiusura d’aziende e ad una crescita delle aree di esclusione sociale, anche le classi lavoratrici francesi – ad ondate e risacche – si sono mobilitate. La Francia, a partire da una spinta dal basso, è stata attraversata da scioperi, diffuse mobilitazioni in piazza, picchetti con dure contestazioni a padroni e governo, ma anche sequestri in fabbrica di dirigenti, a dimostrazione che la lotta necessita di sempre maggiore radicalità. Nelle banlieux la gioventù emarginata, la racaille , cioè la feccia (come è stata definita dal burocrate Sarkozy) a momenti si risveglia e scuote il sacro ordine borghese.

In varie parti del vecchio continente – fra alti e bassi, fra tensioni insorgenti e frammentazione delle lotte – si manifesta il malcontento, la protesta e anche la rabbia popolare che spesso invade le piazze delle città. E’ la critica reale all’ideologia della crisi.

Di recente in Inghilterra migliaia e migliaia di giovani studenti dell’università hanno prima occupato le facoltà e poi si sono riversati in maniera determinata per le strade di Londra e in altre città attaccando i simboli del potere, contro l’autoritarismo e il classismo delle élites dominanti che aumentano in maniera stratosferica le tasse universitarie per far tornare i loro conti .

Pure in Italia nell’ultimo periodo una risposta antagonistica all’ideologia della crisi è venuta dal movimento studentesco e dei ricercatori precari che si è opposto – a volte anche in maniera radicale – alla controriforma Tremonti/Gelmini, provvedimento per fare cassa. Poi è stata la volta del movimento operaio che ha lanciato un segnale di contrasto all’attacco padronal-governativo con i tanti NO al referendum capestro di Mirafiori, a cui è seguito uno sciopero divenuto generale grazie ai sindacati di base, sciopero che non è stato rituale.

Tuttavia gran parte del movimento dei lavoratori risulta ancora piuttosto condizionato e compresso dall’asse filo-padronale Cgil-PD oppure tende ad atomizzarsi, ciò a causa della crescente precarizzazione del lavoro e della vita, ma anche per una diffusa sfiducia nella possibilità di realizzare una alternativa sociale. In questo quadro il sindacalismo conflittuale e alternativo – fra le sue non poche contraddizioni e limiti – si è impegnato e si sta impegnando nelle lotte cercando di rompere la cappa concertativa dominante.

Questione di genere

La crisi alimenta anche l’oppressione e lo sfruttamento di genere. La questione dell’autodeterminazione delle donne è una questione fondamentale dentro la più ampia questione dell’autoemancipazione sociale degli sfruttati e oppressi.

Sempre in Italia di recente sono scesi in piazza dei settori sociali e politici autorganizzati per i diritti e le libertà delle donne, critici ed alternativi all’impostazione delle manifestazioni “antiberlusconiane “ funzionali al blocco di potere targato PD, spacciate per essere “dalla parte delle donne”.

Settori femministi, anticapitalisti e antiautoritari si sono mobilitati autonomamente contro il potere bipartisan – centrodestra/centrosinistra – statalista e patriarcale. Dunque una parte delle donne si sono mobilitate sulla base del loro protagonismo diretto contro il sessismo dei governi di ogni colore e della chiese, contro l’ideologia del familismo tradizionalista e moralista, contro le crescenti violenze maschiliste che si verificano in gran parte fra le mura domestiche, per la libertà sessuale e la libera autodeterminazione, per l’autorganizzazione delle lotte di emancipazione femminile e sociale, stigmatizzando il fatto che la crisi capitalistica viene scaricata in primo luogo sulle donne, sempre più precarie, disoccupate e vessate. Si sono mobilitate a fianco delle sorelle immigrate colpite dal razzismo di stato e diffuso e contro l’ideologia machista/militarista. Si sono mobilitate perché non ci sono donne “perbene” e donne “permale” e per l’unione dal basso di tutte le donne contro tutti i poteri. Si sono mobilitate anche denunciando che spesso certe logiche autoritarie maschiliste e comportamenti sessisti si riproducono anche nei movimenti antisistemici.

Devastazioni militariste e ambientali

E poi la crisi è guerra permanente e permanente devastazione ambientale.

In Afghanistan prosegue la “guerra umanitaria al terrorismo”: cioè occupazione, devastazione e saccheggio da parte degli eserciti massacratori che portano la “pace” – quella della tabula rasa – con l’Italia in prima fila.

Il Belpaese: in Val Susa, Piemonte, continuano le lotte popolari – con all’interno gruppi e individualità anarchiche – contro lo scempio di natura, salute e risorse pubbliche determinato dalla “mega-opera” TAV, classico esempio di affarismo scellerato. Lo stato risponde – al solito – con i manganelli delle forze del dis-ordine. Da Nord a Sud: in Campania i rifiuti continuano ad ammassarsi a Napoli e in altre città, mentre lo stato militarizza i territori, reprime manu militari le proteste e impone per “risolvere i problemi” ulteriore inquinamento e avvelenamento.

Naturalmente tutto ciò viene spacciato come “emergenza democratica e civile” in contesti critici! Ma mentre l’antimilitarismo purtroppo in questa fase langue, le rivolte in Campania contro la monnezza, prima di tutto politica, e quelle in Val Susa per la qualità della vita, testimoniano l’indignazione e la forza di volontà di tanta gente che alza la testa e dice:“ora basta!”

Più a Sud

Ma è andando ancora più a Sud che di fronte al portato mortifero della crisi globale e permanente si leva la rivolta sociale generale che si estende o può estendersi per positivo contagio.

In paesi come Tunisia ed Egitto dove la povertà è crescente, sotto l’urto della grande rivolta in larga misura spontanea che vuole libertà e giustizia sociale, ma anche riforme istituzionali e democrazia liberale, cadono vecchi autocrati alle dipendenze di UE ed USA. Tutto il Medioriente e il Maghreb sono scossi da un sommovimento sociale di milioni di persone. Sono in fibrillazione Algeria, Yemen, Bahrein, Marocco …In Libia le rivolte contro il rais Gheddafi, un despota grande amico dei governi italiani per il suo sporco lavoro in tema di “contenimento dei flussi migratori” e per grossi interessi economici in ballo, vengono represse in un bagno di sangue. Il dittatore Gheddafi per mantenere il potere sta perpetrando un orribile massacro contro le masse in rivolta. Truppe di mercenari reclutati dal regime, oltre alle forze armate e di sicurezza, sparano sul popolo libico. Il tiranno appare comunque sempre più accerchiato e le potenze neocolonialiste in difficoltà, sono alla ricerca di nuove, barbare “soluzioni” …

I regimi per riprodursi come al solito ammazzano e mentono, ma non sembra che la gente sia disposta a tornare a casa dopo la cacciata dei tiranni. Certamente in Tunisia ed Egitto il potere è all’opera per riciclarsi, gli eserciti – rimasti in certa misura in stand by mentre le forze di polizia uccidevano centinaia di persone – e gli apparati politici locali sostenuti dalle potenze occidentali, sembra che ora abbiano ri-preso in mano le redini del comando promettendo cambiamenti istituzionali.

Allo stato attuale appare assente una forte progettualità anticapitalistica in questi coraggiosi movimenti popolari che ponga la questione dell’alternativa rivoluzionaria complessiva. Risulta che settori borghesi stiano in qualche modo capeggiando le rivolte. Questo ovviamente dipende da vari fattori, a partire dalle feroci repressioni pluridecennali dell’

opposizione sociale e politica di classe e dall’isolamento rispetto al contesto internazionale in cui è stato costretto dal potere il proletariato in quei paesi.

Tuttavia sia in Egitto che in Tunisia si sono coagulati, fin dall’inizio delle rivolte, degli embrioni di autorganizzazione delle lotte soprattutto indirizzati all’autodifesa dagli attacchi delle forze poliziesche ma anche tesi a dare continuità alle mobilitazioni. Dall’Egitto in particolare sono giunte notizie di scioperi, blocchi e manifestazioni in vari comparti industriali e anche fra gli impiegati pubblici per conquistare migliori condizioni di vita: estese mobilitazioni proletarie auto-dirette.

E giungono notizie di distruzione di simboli del potere: uffici governativi, sedi del partito del tiranno cacciato e stazioni di polizia…

Da questa situazione insorgente, magmatica e largamente incerta, ma in certa misura tendente a rompere gli schemi precostituiti potrebbero strutturarsi dei consigli di lavoratori, una rete di organismi di auto-democrazia alla base di un possibile processo di trasformazione sociale .

Passando poi alla vicina Palestina è da sottolineare che, solidarizzando con queste rivolte diffuse, nonché sfidando il potere sia di Fatah che di Hamas che reprimono tutto quello che nasce dal basso, anche la gente di Gaza e della Cisgiordania scende in strada autorganizzata per manifestare contro i massacri, la pulizia etnica e l’apartheid attuati dallo stato israeliano, al loro fianco il movimento degli Anarchici Contro il Muro e i solidali internazionali.

L’endemica crisi mediorentale si eleva al quadrato nell’attuale crisi globale, la Resistenza palestinese per la vita, la terra e la libertà prosegue.

No ai lager

E da un contesto mediorientale e nord africano pieno di speranze quanto drammatico, devastato sia dalla repressione statale che dalla crisi globale, tante donne e uomini fuggono alla ricerca di una vita migliore e, clandestinizzati, approdano sulle coste siciliane. La crisi qui si concretizza nella disumanità dei campi lager per immigrati e profughi voluti da destri e sinistri, quali gendarmi della “fortezza europea”, quali esecutori ricompensati dai padroni che vogliono manodopera da sfruttare senza limiti.

A questo brutale apartheid istituzionale gli immigrati si stanno ribellando, vari gruppi antirazzisti, antagonisti e anarchici li sostengono, occorre che cresca un movimento dal basso che unisca lavoratori nativi e immigrati per lo smantellamento di queste strutture totali concentrazionarie, in nome della libertà e della giustizia sociale per tutte e tutti.

Contro la barbarie della crisi statal/capitalistica, per una alternativa di civiltà.

Kronstadt Anarchico Toscano