Foglio anarchico e libertario del gruppo Kronstadt Toscano

Krisis

di Gianluca

Quanto il bombardamento dei mass media sia influente la percezione della realtà non è di per sé evidente perché, appunto, anche il bombardamento stesso fa parte dell’influenza.

Questo vale non solo per massime tipiche del linguaggio giornalistico e televisivo per cui “se non è in televisione non esiste”, oppure “ripeti tante volte una bugia finché non diventa vera” (questa massima a dire il vero già conosciuta ai tempi di Pericle nel V secolo a.C), ma in modo meno invasivo come usare un termine tanto spesso da farlo entrare nel linguaggio comune facendo contemporaneamente perdere anche la capacità di analisi nei confronti di esso: quando un termine lo si usa regolarmente si suppone di conoscerlo bene, di sapere cosa significa e quindi di controllarne gli effetti nel contesto in cui viene speso e usato.

Krisis

Tra questi termini uno attira le nostre attenzioni più di altri, in questi giorni, per l’abnorme uso che se ne fa: crisi. Tutto è crisi: crisi economica (che poi è il tema di questo di numero di marzo 2011 di Kronstadt), crisi politica, crisi dei valori, crisi esistenziale etc.

Qualsiasi situazione che non si presenta per come è immaginata o prevista è una situazione critica, e quindi ogni situazione è critica visto che è piuttosto utopico che l’essere coincida con il dover-essere. Ma forse in questo senso siamo anche troppo ottimisti: immaginare come debba essere una situazione è operazione che richiede una certa dietrologia che nella vita quotidiana raramente ci poniamo. Il dover-essere è quindi piuttosto una eventualità che ci viene suggerita da fonti esterne, con toni molto persuasivi per come questa si dovrebbe realizzare, e sempre in termini molto vaghi e poco analitici (in modo da non doversi fare troppe domande).

C’è una crisi economica? Quali sono le cause? Perché tutti hanno pronte (a parole) le soluzioni mentre raramente ci vengono offerti gli strumenti di analisi? La risposta è fin troppo ovvia, se si ragiona in termini politici, ma questa è una rubrica di filosofia e allora proveremo a dare una risposta analitica: il sospetto è che la critica non deve essere fatta neppure allo stesso significato della parola crisi.

La crisi, infatti, come tutte le parole che incutono terrore, insicurezza, instabilità invocano protezione, volontà di sottomissione a chi qualche soluzione (facile) può offrirla.

Guerre, carestie e peste vi colgano

Nella storia la parola crisi di solito si associa a un cambiamento, di solito lungo, o una rottura con un paradigma culturale o scientifico precedente (le cosiddette “ere critiche” descritte dall’utopista socialista Saint Simon) per approdare ad una nuova era di felice accettazione di nuovi principi. Si parla ad esempio di “Crisi del 300”, per parlare di un periodo lungo un secolo nell’immaginario collettivo infestato di peste, carestie e guerre devastanti. A parte che le guerre erano più o meno nella “norma” della storia dell’uomo precedente e successiva (sia in quantità che in qualità), e che peste e carestia normalmente a queste si accompagnano, è certamente più interessante vedere quale cambiamento in atto nel corso di questo secolo ha determinato il bisogno di considerarlo una crisi così eccezionale. Crisi significa infatti “separazione”, “piega” e di solito le pieghe non si prendono da sole ma sono determinate da decisioni e scelte. Questa crisi in particola non è difficile vederla come un effetto, lungo, di un cambiamento dell’economia europea che passando da una cultura di sussistenza o autoconsumo a una sviluppata sugli scambi commerciali e sull’agricoltura intensiva ha reso città e campagne dipendenti dagli scambi stessi e quindi soggetta, in nome di più alti profitti per chi gli scambi li gestisce, a carestie e malattie conseguenti.

La crisi del 300 può, in quest’ottica, essere vista come un “semplice” adattamento a una mutata condizione economica che non nasce per caso e come ogni adattamento qualcuno ci perde qualcosa, qualcuno ci guadagna.

La bolla speculativa.

La crisi economica odierna è stata accompagnata, nei primi mesi in cui se ne sentì parlare, ad una espressione che suonava più o meno così: “il capitalismo non sarà più come prima”. Adesso la sentiamo un po’ meno (segno che a qualcuno il capitalismo continua a piacere anche com’era prima), ma è stato un barlume di lucidità che sembrava accorgersi che forse una crisi economica (cioè l’incapacità di un sistema produttivo di produrre come e quanto ci si aspetta che debba fare sulla carta o nelle speranze di chi ci investe, sia di capitale che di lavoro duro) non nasce per caso ma si può, spesso troppo banalmente, far derivare da scelte precise, facilmente individuabili nel sistema produttivo stesso che le produce. Molto più complicato, in apparenza, ma preferibile, cercare sempre cause esterne, contingenti, imprevedibili e quindi bisognose di interventi di chi sulla reale causa delle crisi ci mangia: invasioni straniere, religioni fondamentaliste, perversioni culturali e politiche di chi osa criticare anche solo chiedendosi, questa crisi, che da tutte le parti viene urlata, da dove la prossima volta arrivi.

C’è grossa crisi

E se l’analisi di un problema si vuol ben nascondere, basta parlarne, tanto, infilandolo ovunque e soprattutto in contesto dove non ci stia a fare niente. Il suo pronunciarlo sempre e comunque, anche in situazioni quotidiane, reali, facilmente risolvibili e con piccole decisioni ben prese, farà credere che in fondo, crisi vere e proprie, nemmeno esistono ma sono solo il frutto dell’immaginazione delle nostre menti bacate di consumatori insoddisfatti.

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