Foglio anarchico e libertario del gruppo Kronstadt Toscano

Dalla sponda meridionale del Mediterraneo…

alla penisola araba, la fiamma della rivolta divampa!

di Alberto e Maco

Negli ultimi due mesi i popoli arabi, di paese in paese, come una marea inarrestabile hanno riempito le piazze, le strade ed i quartieri delle loro misere città, scuotendosi di dosso il terrore nei confronti degli stati e dei loro terribili apparati repressivi. Per lunghi ed interminabili decenni presidenti-dittatori con annesse famiglie e clan, al soldo delle potenze imperialiste, si sono arricchiti vergognosamente sfruttando le ricchezze del sottosuolo (svendute alle compagnie petrolifere europee ed americane) e obbligando a condizioni di vita miserrime milioni di persone. Infatti, dopo che i movimenti anticoloniali del secondo dopo guerra avevano portato all’indipendenza politica, cioè dal controllo diretto degli stati europei, le terre in questione (dall’Algeria alla Libia ed alla Tunisia), vi è stato ovunque un rapido processo di ricolonizzazione diretto da elites che, approfittando del ruolo da loro svolto nei processi di liberazione nazionale, al soldo dell’imperialismo (sia di marca occidentale che sovietico), hanno svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo e nel mantenimento dell’attuale sistema politico-economico mondiale, fondato in buona parte sull’utilizzo delle risorse energetiche di cui sono esageratamente ricchi tutti questi paesi. Ma improvvisamente, a partire da un episodio che poteva apparire all’apparenza di scarsa importanza, il gesto disperato di un giovane tunisino datosi alle fiamme, è partita una delle ribellioni più estesa e rapida degli ultimi anni. Dalla Tunisia le fiamme della rivolta si sono propagate a macchia d’olio ed hanno travolto dittatori e messo in crisi monarchie che sembravano aver superato le barriere della storia.

E’ stato rimesso in discussione l’assetto mondiale post “89. Sono stati in sostanza smentiti in pochi giorni i tristi peana che da anni recitavano i mantra sulla fine della storia e sono state messe in discussioni le teorie superficiali sul dominio della religione islamica e l’influenza di Bin Laden sulla soggettività araba. Ma tutto è ancora in movimento e molto difficile è azzardare ipotesi e previsioni sul futuro dei mondi arabi.

Merita comunque riportare una cronologia di sintesi di ciò che è successo perché nella confusione massmediologica di regime si rischia di dimenticare subito quello che è successo e sta ancora succedendo.

Tunisia.

Il 14 gennaio 2011, scoppia la rivolta tunisina ribellandosi contro il governo del tiranno Ben Alì, messo al trono, per chi se ne sia dimenticato, dal mai troppo poco vituperato Craxi (che in quella terra ha terminato la sua infame esistenza).

Ma già alla fine del 2010 si erano dati i prodromi della ribellione; infatti dopo che il 17 dicembre scorso, davanti al municipio di Sidi Bouzid, in segno di protesta, un giovane di nome Mohamed Buaziz si era dato fuoco, perché che la polizia gli aveva confiscato la merce in quanto sprovvisto delle autorizzazioni per la vendita, la rivolta ha iniziato a divampare.

Da Kairouan a Sfax e Ben Guardane, da Sousse a Tunisi la gente scende in piazza pacificamente, contro la crisi la fame e Ben Alì.

Ma la polizia aggredisce ovunque i manifestanti e gli scontri si fanno violentissimi, con morti e numerosi feriti. Dopo un mese di insurrezione popolare il tiranno e la sua gang è costretto a fuggire portandosi dietro più di una tonnellata di lingotti d’oro, parte delle ricchezze accumulate da lui ed il suo clan familiare in anni di rapine ai danni del popolo tunisino. E’ stata una prima grande vittoria, sicuramente parziale e temporanea, ma anche e soprattutto un esempio per tutti i popoli della regione. Infatti il Partito dell’Unione Democratico Costituzionale (RCD) è ancora al potere con 161 seggi su 314 e con il presidente ad interim Ghannouchi rappresentante della vecchia oligarchia. Ma la mobilitazione del popolo prosegue: la gente non si fida e ancora non torna a casa. Dal 23 gennaio centinaia di persone della “Carovana per la libertà” si sono radunate davanti alla residenza del primo ministro. Ci sono scioperi di massa grazie all’iniziativa di settori combattivi della Unione Generale del Lavoro Tunisina (UGTT), a partire dal settore della scuola alle imprese pubbliche. Gannouchi concede qualche briciola di riforma per calmare le proteste, ma senza successo. Le manifestazioni continuano.

Giordania.

In Giordania ci sono stati tre giorni di proteste dopo il crollo del regime di Ben Ali. Su invito dei sindacati, dei partiti islamismi e di quelli di sinistra, migliaia di persone sono scese in strada ad Amman ed in altre città al grido “No all’oppressione, si al cambiamento! Vogliamo libertà e giustizia sociale”. Il re Abdallah II annuncia allora un programma di riforme economiche e sociali, nel tentativo di disinnescare lo scontento.

Algeria.

La rivolta algerina scoppia il 21 gennaio 2011 a causa della mancanza di alloggi, la disoccupazione e l’ennesimo rincaro dei prezzi sui prodotti alimentari e di prima necessità aumentati del 20% in un anno.

Nei quartieri poveri algerini si sviluppa una rivolta che si estende in tutto il paese, partendo dai comuni come Cabili, Bourmedes, Bejaia fino a coinvolgere le principali città come Orano, Tipazia ed altre, arrivando a toccare le città dell’est come Annaba e Costantina.

Il ministro del commercio, Mustapha Banbada, cerca di calmare le acque promettendo di abolire alcune tassazioni. Ma chiaramente ciò rimane lettera morta. Le persone iniziano a scontrarsi con la polizia che spara sulla folla. Le notizie parlano di 40 morti e oltre 300 feriti, di cui 30 in modo grave. Il 12 febbraio i contestatori del presidente Abdelaziz Bouteflika si radunano in piazza a migliaia, per un appuntamento organizzato via internet diversi giorni prima. Il governo risponde blindando la capitale con trentamila soldati, check-point creati nei luoghi nevralgici e disperdendo i manifestanti che si erano riuniti in piazza Primo maggio per marciare verso piazza dei Martiri. In serata, via twitter, si diffonde la notizia che gli apparati di sicurezza avrebbero arrestato oltre 400 persone. Nel Paese dal 1992 è in vigore la legge d’emergenza.

Egitto.

30 gennaio. Anche l’Egitto si unisce alla Tunisia ed all’Algeria, dicendo basta alla dittatura di Mubarak.

Le manifestazioni si susseguono in tutte le città egiziane (da Alessandria a Suez fino al Cairo) e gli scontri con i cani dello stato (polizia) non si fanno attendere. Come negli altri paesi vengono incendiate auto blindo, i centri del potere vengono presi di mira e la polizia risponde, come sempre, prima con le botte e poi con il fuoco. I primi bilanci di giorni di scontri tra polizia e manifestanti: oltre 150 morti, mille feriti e centinaia di arrestati. Il 1 febbraio le manifestazioni in piazza Tahrir proseguono, raccogliendo circa due milioni di persone. L’esercito sembra schierarsi apertamente con la popolazione, riconoscendo la legittimità della protesta e delle richieste. Si diffondono voci circa una presunta fuga del Faraone verso il Bahrein. Nella notte il presidente parla al popolo e promette di non ricandidarsi per le elezioni di settembre ma conferma di voler restare al suo posto fino alla scadenza del mandato e di non voler morire lontano dal “suo” Egitto.

L’11 febbraio nuove manifestazioni al Cairo, Alessandria e nel Sinai. Nella capitale, i manifestanti protestano davanti alla sede della tv di stato. I carri armati impediscono alla folla di raggiungere il palazzo presidenziale. Nel primo pomeriggio si diffondono voci, poi confermate, circa una fuga del rais verso Sharm el Sheikh. Viene annunciato un nuovo e importante discorso di Mubarak. Poco dopo il vicepresidente Omar Suleiman legge un comunicato in cui annuncia il passaggio dei poteri all’esercito al quale si appoggia il ricolonizzatore Obama. Ma in ogni caso Mubarak si è dimesso. Il futuro della rivolta egiziana è ancora incerto.

Yemen.

Il 27 gennaio si svolgono dimostrazioni nel paese contro il governo di Ali Abdallah Saleh, al potere da 32 anni. Le opposizioni, dopo aver rifiutato l’offerta del presidente a non ricandidarsi nel 2013, celebrano la versione yemenita della “Giornata della rabbia”, invocando un cambio di regime. A Sana’a si radunano 20 mila persone, chiamate in piazza dai gruppi della società civile e dai partiti d’opposizione. Il 14 febbraio circa tremila studenti si riuniscono davanti all’università, per chiedere ancora una volta le dimissioni di Ali Abdullah Saleh. La polizia interviene prima che il corteo si scontri con una manifestazione organizzata dai sostenitori del presidente. Oltre duecento fermi nella città di Taiz, dove i reparti antisommossa intervengono con decisione. Human Rights Watch denuncia la brutalità della polizia yemenita.

Sudan.

Il 30 gennaio centinaia di studenti scendono in strada a el Obeid, 600 chilometri a ovest della capitale Khartoum, per chiedere la fine del regime del presidente Omar el Bashir. La polizia risponde con i lacrimogeni. Secondo alcuni testimoni accanto ai reparti antisommossa si sarebbero schierati studenti aderenti al partito di el Bashir. Si parla di disordini anche a Khartoum, dove la polizia ha schierato 20 camion davanti all’università, nel tentativo di impedire a 300 studenti dissidenti di organizzare una manifestazione contro il regime.

Libano.

Il 3 febbraio un centinaio di dimostranti tenta l’assalto all’Ambasciata egiziana di Beirut. Gli scontri con i reparti antisommossa, che creano un cordone di sicurezza intorno all’edificio, durano 20 minuti circa.

Bahrein.

Anche il piccolo emirato viene toccato dalla rivolta. Il 14 febbraio il governo schiera i reparti antisommossa per spegnere la protesta che ha i suoi focolai a Bani Jamrah e Diraz. Nella mattinata, la polizia aveva disperso alcuni fedeli musulmani a Nuwerdait, che si erano raccolti in piazza per la preghiera del mattino. Gruppi di attivisti umani denunciano la brutalità delle forze di sicurezza. Negli scontri, sarebbero morti alcuni manifestanti. Il 15 febbraio si verificano nuovi scontri tra polizia e manifestanti, scesi numerosi in strada approfittando di un giorno di festa. Un corteo funebre viene attaccato dai militari. Sempre più forti sono le proteste contro il governo del Primo ministro Sheikh Khalifa bin Salman al Khalifa, al potere dal 1971. I manifestanti non chiedono ancora le dimissioni del re, Hamd bin Isa al-Khalifa, nipote del Primo ministro. I centri del dissenso sono anche qui le università. Gli studenti chiedono maggiori libertà e più diritti. Il simbolo della protesta è un lenzuolo bianco, macchiato con inchiostro rosso, a indicare la determinazione a sacrificare se stessi in nome della libertà. Il 17 febbraio l’esercito riprende il controllo di Manama, la capitale, e soffoca nel sangue la rivolta. Il bilancio è di tre morti e 231 feriti. Ma il 18 febbraio dopo la preghiera del Venerdì, una folla si riunisce nel sobborgo di Duraz e comincia a intonare cori contro gli al Khalifa, il clan dei monarchi sunniti e la protesta si rivolge anche contro la famiglia reale.

Iran.

Il 14 febbraio ritorna in campo anche la Persia. Gli studenti dell’onda verde dopo moti mesi tornano a protestare per le strade di Teheran contro il regime di Mahmud Ahmadinejad. La polizia interviene e si parla di “città nel caos totale”. L’università di Teheran viene circondata dalle forze di polizia ed incidenti si verificano anche a Isfahan e Shiraz. Alla fine della giornata si conteranno due morti e decine di arresti.

Gibuti.

Il 18 febbraio migliaia di persone scendono in piazza contro il presidente Ismael Omar Guelleh, al potere sin dall’indipendenza dalla Francia, nel 1977. Viene occupato uno stadio. I manifestanti sostengono che vi resteranno fino a quando Guelleh, che ha recentemente emendato la costituzione per potersi ricandidare, non se ne andrà.

Marocco.

Il 21 di febbraio si svolgono manifestazioni a Rabat e a Casablanca. A Fez si raccolgono tremila persone in un corteo di protesta pacifico. Cinque cadaveri sono stati trovati in una banca data alle fiamme ad al-Holceimas, dove si sono verificati scontri violenti.

Libia.

Il 16 febbraio scoppiano disordini a Bengasi. Si parla di 14 feriti nei tafferugli con le forze di polizia. La protesta deflagra dopo l’arresto di Fethi Tarbel, avvocato di un’associazione dei parenti dei prigionieri uccisi nella sparatoria avvenuta nel carcere di Tripoli nel 1996. Il 17 febbraio i disordini scoppiano a Benghazi e ad al-Bayda dove vengono uccise complessivamente dieci persone. Il giorno dopo la situazione precipita. Gheddafi sceglie il pugno di ferro contro qualsiasi tentativo di ribellione. Vengono riportate notizie di scontri e di uccisioni sommarie. Si parla di 35 morti. Sono quattro le città in cui si contano le insurrezioni più importanti: al-Bayda, Ajdabiya, Zawiya e Darnah. Al-Bayda in particolare sarebbe nelle mani degli insorti. Il 19 febbraio le forze di polizia attaccano un corteo funebre a Bengasi. A sera le agenzie parleranno di 120 morti, prevalentemente civili uccisi dalle truppe fedeli a Gheddafi. Ma tra l’esercito iniziano le prime defezioni. Viene segnalata la presenza di mercenari africani assoldati per reprimere nel sangue la rivolta ed alcuni di questi vengono catturati dalla folla. I cecchini dai palazzi fanno fuoco sui cortei. Il 20 febbraio la popolazione prende il controllo di Bengasi. Le proteste raggiungono Tripoli, dove le forze di sicurezza intervengono brutalmente. Il numero dei morti è impressionante. Il 21 febbraio la folla assalta i palazzi del potere. Gheddafi ordina alle truppe che gli sono rimaste fedeli di sparare senza pietà, utilizzando anche i caccia per bombardare i dimostranti. Ma Bengasi è in mano agli insorti e nei giorni successivi viene preso il controllo di quasi tutto il paese, mentre a Tripoli, i fedeli del colonnello, si scatenano massacrando migliaia di persone. Ma i giorni del dittatore, amico di Berlusconi e D’Alema, sono contati.

Dopo questi due mesi di rivolte niente sarà più come prima. Una pericolosa (per classi dominanti) crepa si è aperta nel sistema mondo globalizzato sotto l’egida del capitale. La “cupola” mondiale cercherà sicuramente di riprendere il pieno controllo di queste terre e già lo sta facendo provando ad erigere nuovi stati semidemocratici al suo servizio ed al servizio dei monopoli della rapina. O forse cercheranno di insinuarsi i cleri islamici. Ma non sarà così facile. Milioni di esseri umani hanno rischiato la vita, molti l’hanno persa e continuano a morire nelle strade e nelle piazze. Hanno assaporato la libertà, anche se, bisogna riconoscere, non hanno ancora messo in discussione né il sistema economico capitalista né lo stato in quanto istituzione da cui liberarsi. Però da anarchici non possiamo che salutare con entusiasmo quello che sta succedendo, sostenendo in primo luogo i piccoli gruppi anarchici e libertari che esistono in questi paesi ed auspicando che i popoli arabi in lotta inizino a percorrere un’altra strada; quella per una società autogestita ed organizzata liberamente attraverso l’azione diretta e popolare.