Foglio anarchico e libertario del gruppo Kronstadt Toscano

Da Veltrusconi a Veltracchionne

Da COMIDAD  del 23/09/2010

I media nei giorni scorsi hanno celebrato l’evento: Walter Veltroni ha finalmente rotto il silenzio. In realtà, già da molto prima di questa presunta rottura del silenzio, Veltroni aveva già rotto le scatole in ogni modo all’attuale segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani. Sebbene oggi i media presentino il ritorno dell’ex segretario come quello di un Cincinnato, Veltroni non si è mai fatto veramente da parte ed ha continuato a comportarsi come se il capo fosse ancora lui, con gli atteggiamenti del padrone in viaggio che ogni tanto dà le istruzioni per telefono al maggiordomo; infatti ha continuamente lanciato a Bersani messaggi e avvertimenti che tendevano a screditare e boicottare ogni suo tentativo di ricucire le alleanze a sinistra. L’ottobre dello scorso anno, al super-privatizzatore Bersani era persino capitato di sentirsi ammonire da  Veltroni a non ricadere in tentazioni socialiste.

L’attuale documento veltroniano, già firmato da settantacinque parlamentari del PD, ha il suo punto forte nella proposta – già di Mussolini ed Hitler, oltre che di Agnelli e Marchionne – del superamento dei conflitti sociali per giungere ad un “patto tra produttori”. La cosa ha un suono abbastanza grottesco se si considera che Bersani, notoriamente, non è mai stato un leader operaio, ma una sorta di sicario della piccola e media impresa emiliano-romagnola, e i vari decreti Bersani la dicono lunga su quali interessi voglia servire l’attuale segretario del PD. Il senso della linea veltroniana non è quello di spingere Bersani più a destra di quanto già non sia, ma di colpire proprio il suo radicamento territoriale. Non si tratta quindi per Veltroni di proporre una sudditanza operaia agli interessi padronali che Bersani già avalla e promuove da sempre, ma di chiarire che gli interessi padronali da privilegiare non sono quelli vincolati al territorio italiano.

Il “papa straniero”, di cui ha parlato Veltroni nelle sue interviste, magari potrà anche incarnarsi in una mezza figura come Luca di Montezemolo, ma la sua vera immagine attuale è quella di Sergio Marchionne, la cui persona ha assunto un rilievo politico, al di là delle cariche che potrà o meno assumere. A chiarirlo preventivamente è stato proprio uno dei firmatari del documento di Veltroni, cioè Pietro Ichino – criminalizzatore del lavoro a tempo pieno e vittima del terrorismo ad honorem -, in una intervista rilasciata pochi giorni fa a “Il sole-24 ore”. Nell’intervista Ichino ricorre a tutto l’armamentario degli slogan del vittimismo preventivo, tipico del provocatore di professione, lamentando prima che il contratto collettivo e lo Statuto dei Lavoratori siano considerati dei “tabù” su cui non si può discutere, ma poi criminalizzando ogni possibile obiezione alle proprie posizioni con la bordata secondo cui l’alternativa al modello Marchionne sarebbe la camorra.

Risulta paradossale presentare come alternativa alla camorra uno come Marchionne, che siede nel Consiglio di Amministrazione della Philip Morris. Di parecchie multinazionali si sa, o si sospetta, che intrattengano rapporti con la criminalità organizzata, ma solo in pochissimi casi questi rapporti sono documentati in rapporti ufficiali. Uno di questi rari casi riguarda proprio la Philip Morris, che nel 2001 ha meritato persino una relazione  della Commissione Antimafia quasi tutta dedicata a questa multinazionale.

La fantasiosa tesi esposta da Ichino è che le multinazionali non vengano ad investire in Italia perché ostacolate dalle garanzie del lavoro. Si tratta di un’affermazione del tutto gratuita, che non risponde al percorso reale dei cosiddetti “investimenti” delle multinazionali, la cui strada viene tracciata dal sistema dei sussidi alle imprese da parte del Fondo Monetario Internazionale e della Unione Europea. Il FMI non finanzia investimenti in Italia, mentre l’Unione Europea lo fa in minima parte, dato che il grosso dei fondi per lo “sviluppo regionale” va a finanziare proprio le delocalizzazioni: parola della relazione della commissione d’indagine del Parlamento Europeo votata nel 2006.

Anche su alcuni organi della stampa ufficiale cominciano a sorgere dubbi sulla effettiva trasparenza del personaggio Marchionne. Su “Il Fatto Quotidiano” pochi giorni fa è uscito un articolo che segnala l’eccessiva entità degli investimenti azionari di Marchionne in titoli della Philip Morris, nella quale lo stesso Marchionne  è, appunto, anche “director”, cioè componente del Consiglio di Amministrazione.

Questa segnalazione de “Il Fatto Quotidiano”, per quanto utile, rischia però di restringere la questione del “conflitto di interessi” di Marchionne ad una questione sì sordida, ma “veniale”, come gli investimenti azionari personali, lasciando però in ombra il peccato mortale, cioè la “serbian connection” tra Philip Morris e FIAT. Attualmente la Philip Morris è il primo “investitore” in Serbia, quindi ha acquisito in loco una potenza finanziaria, immobiliare e politica che le permette di agganciare alla propria cordata anche altre imprese, facendo loro da padrino.

I piccoli e medi imprenditori italiani, nella loro gran parte, non delocalizzano non perché affetti dal virus del patriottismo, ma semplicemente perché non saprebbero da che parte cominciare per farlo, in quanto non possiedono gli agganci necessari per accedere ai fondi europei e internazionali, e per beneficiare degli sgravi fiscali in loco, ed anche per avere i terreni su cui insediare le fabbriche. Potrebbero farlo soltanto se venisse loro offerta la possibilità di agganciarsi ad una cordata internazionale che fornisse i contatti giusti, permettendo loro così di sganciarsi dal territorio di appartenenza. Si tratterebbe di essere ammessi come sudditi e vassalli in quello che è oggi il feudo della Philip Morris, la Serbia. O almeno questa sarebbe l’illusione, perché poi questi patti leonini non offrirebbero vere garanzie future ai piccoli e medi imprenditori  che decidessero di accettarli.

Il “modello Marchionne” si risolve quindi in saccheggiare imprese in Italia, ponendole sotto il controllo/tutela della Philip Morris, per delocalizzarle in Serbia. Ciò spiega anche perché Bersani sia divenuto un bersaglio per l’asse Veltroni-Marchionne, dato che, fatto fuori il bersaglio Bersani, si potrebbe andare ad attingere al serbatoio di imprese piccole e medie che egli rappresenta politicamente, alcune delle quali tecnologicamente interessanti per le multinazionali.

Come già fu a suo tempo il “Veltrusconi”, anche il “Veltracchionne” non consiste in un vero progetto politico a lungo termine, ma è solo un alibi politico in funzioni di operazioni affaristiche immediate di marca FMI. Marchionne ammanta le sue operazioni affaristiche con slogan idealistici ed “epocali”, ciò in base ad una tecnica pubblicitaria ampiamente sperimentata dai “Neocon” americani; una tecnica che ovviamente si può reggere solo grazie all’appoggio di media “insospettabili”. Infatti un settimanale come “l’Espresso”, che si è costruito una credibilità con inchieste sul malaffare, ora spende questa stessa credibilità per spacciare Marchionne come un “sovversivo”, dedicandogli una copertina in cui fa di lui l’icona di un messia del cambiamento in Italia.