Foglio anarchico e libertario del gruppo Kronstadt Toscano

Coscienza e Libertà (Filosofia e anarchia)

“Libertà: una parola che non significa niente e che per questo piace a tutti”[1]

Quando sentiamo parlare di libertà non possiamo fare a meno di pensare a tutti gli usi (spesso a sproposito) che facciamo di questa parola. Se la filosofia serve a qualcosa (come provato a raccontare la scorsa volta nel descrivere la cosiddetta “filosofia pratica”) sarà interessante capire di cosa stiamo parlando e che conseguenze pratiche possa avere una simile conoscenza.

Perché la libertà

Provando a fare una piccola digressione sul perché potremmo chiederci il significato di questa parola (che spesso crediamo più per fede o abitudine di conoscere), possiamo evidenziare tra gli usi a sproposito della libertà il bisogno, di ognuno, di insegnare agli altri cosa significa, salvo evitare accuratamente di definirla. Il classico è sempre “la libertà finisce dove inizia quella degli altri”(2)[2]. In questa affermazione, che sarà nostro compito qui demolire in modo anche analitico, si evita accuratamente di dire cosa è la libertà, ma si dice, con sicurezza, dove inizia e dove finisce. Si sottintende, forse, la libertà di fare quello che si vuole, perché se ognuno fa quello che vuole in qualche modo (da capire quale) si toglie la libertà altrui (forse togliendo al limite direttamente la vita e quindi ogni facoltà di volere qualsiasi cosa). In pratica la libertà viene usata in questo contesto nel seguente modo: “la libertà esiste se esistono delle regole che la limitano e le regole hanno ragione di esistere nella misura che rendono possibile la libertà stessa dei soggetti che la praticano”.

Una affermazione così vaga non stupisce che piaccia a tutti, proprio perché non significa niente e che, da destra e da sinistra, si possano riempire le scatole vuote dei termini usati con i contenuti che più piacciono (o fanno piacere i propri elettori).

Cos’è la libertà?

Già la domanda fa cadere in errore. Chiedere “cosa” significa sottintendere che vi sia una qualche sostanza che la rende tale. La libertà non è un qualcosa e quindi la risposta prevede il dover “inventare” l’esistenza di una sostanza per dare ragione della domanda (e non significato alla risposta). Poiché non amiamo moltiplicare inutilmente gli enti(3)[3] cerchiamo piuttosto un soggetto che della libertà possa godere come proprietà e ci chiederemo allora piuttosto cosa sia quel soggetto. Ad esempio: “io sono libero?”. Se la risposta esiste significa che esiste un qualcosa (io) che gode (o non gode) della proprietà di essere libero. Adesso si ha una sostanza di cui parlare e quindi la discussione si sposta sul chiedersi che cosa sia e come si ottenga quella proprietà(4)[4].

Un soggetto si riterrà (in senso impersonale ma anche riflessivo) libero se avrà possibilità di scegliere e, di fronte ad una decisione, di indirizzare la propria volontà. Eventualmente (ma non è detto) anche di agire (non importa se nella stessa direzione della decisione).

Quindi indubbiamente si è liberi se si ha una volontà. Anche la volontà non è una sostanza, ma una proprietà quindi mi devo chiedere: “Il soggetto x è libero di decidere perseguendo la propria volontà?”.

La storia del pensiero si è divisa su vari fronti per cercare di rispondere a questa domanda. Perché si vuole? Perché si ha coscienza di qualcosa che manca e che si ritiene necessaria a qualche fine. Dunque si ha un problema e se ne desidera la soluzione come fine. Insomma, si parte sempre dalla “coscienza di una privazione”. Quindi coscienza. Ma la coscienza non è mai fine a se stessa, appunto, ma sempre rivolta a qualcos’altro. Coscienza è sempre “coscienza di”. Quindi la volontà desidera sempre perseguendo qualcosa al di fuori di sé e quindi sentendo che in un certo contesto, o stato, sente che in sé ha qualcosa che manca. Mancanza dentro di sé, fine fuori di sé, come dire: la coscienza dipende sempre dal contesto in cui un soggetto si trova ad agire per poter avere la sensazione di una privazione rispetto ad un problema sul quale deve prendere una decisione.

Ma poiché il contesto non si può decidere, allora diventa un modo elegante per dire che la libertà non è mai assoluta ma, al massimo, relativa ad un contesto che ci “obbliga” a reagire.

Sono almeno libero di scegliere la reazione?

La risposta materialista, ad esempio quella di Hobbes(5)[5], è che azioni e reazioni sono sempre corporali e che il corpo, reagendo, non lo fa che in base ad un calcolo (quindi usando anche l’intelletto) che ha un unico fine: la sopravvivenza del corpo stesso (nel presente come nel futuro). Se non si decidono né il contesto né il fine diventa quasi scontato che la libertà è solo una illusione poiché si è in obbligo (necessitati) del perseguire ciò che la volontà materialmente calcola come la reazione migliore per raggiungere un obiettivo non appellabile. L’unica libertà che abbiamo, se si può definire, è quella di seguire una volontà che libera non è. Da qui la risposta per cui l’uomo si da uno Stato per poter mantenere questa libertà attraverso leggi e codici che impediscano agli altri di impedirci di seguire questa nostra “libertà” (di cui la massima di prima: più impedisco gli altri, più sono libero, negativamente, io).

In fondo, come ci ricorda, il medico e filosofo francese La Mettrie(6)[6], siamo soltanto macchine, solo un po’ complesse.

Per tentare di risolvere il problema Kant provò a definire la libertà come postulato(7)[7]: se ho coscienza di un dovere, perché possa compierlo, devo potere; quindi la Libertà è condizione necessaria per l’esistenza di qualcosa di cui ho già coscienza, quella che Kant chiama Legge Morale. Ma se la Legge Morale è in me, posso spostare il problema semplicemente chiedendomi: sono libero se averla? Posso decidere quale sia questa Legge? Se sono una macchina, la Legge è un input è già scritto o sono in grado di scrivermelo da solo?

Gli esempi possono continuare a lungo, ma analizzando il cosa sia la libertà ci si accorge che è più facile giungere a conclusioni che ne negano l’esistenza piuttosto che il contrario.

Coscienza ed esistenza

Che la nostra volontà sia libera o meno, è da un punto di vista ontologico, un problema dunque irrisolvibile o risolvibile in senso negativo. Allora si tenta di risolverlo da un punto di vista esistenziale.

Cosa ci rende tanto sicuri di essere liberi, nonostante ad una analisi del problema sembrerebbe proprio il contrario?

Può sembrare un atteggiamento poco filosofico ma se è vero quel che abbiamo detto prima, e cioè che la libertà è una proprietà di un soggetto dotato di volontà e che la condizione di questa è che questa possa operare su uno stato di “coscienza di”, allora è proprio nella coscienza del soggetto stesso che si può trovare una risposta al problema.

Se si esamina la coscienza si può tentare di fare uso di Sartre, secondo il quale l’uomo è, appunto, coscienza, ma la coscienza non è mai ragione di certezza (io sono quello che sento o so di sapere), quanto invece negazione del fatto in vista del possibile(8)[8].
Spiego: come detto sopra la coscienza non è mai fine a se stessa, è sempre “coscienza di” altro e quindi è libertà di dare un senso all’altro di cui è fine. La coscienza rivolgendosi al dato che è il suo oggetto, ne da un senso e di fatto lo annulla per il dato che è per crearne un altro.

Semplificando: se la libertà è libertà di scegliere sulla base della coscienza che ho di me e del contesto in cui opero la decisione, allora la libertà è per definizione facente parte della natura di qualsiasi ente cosciente, a prescindere che vi sia in questa la comprensione di una realtà “dominante” e trascendente, comunque scelgo “come se” fossi indipendente e questo non per scelta, ma per necessità.

Se mi chiedo dunque quando posso dirmi libero dirò: se la libertà è scelta, è possibilità, è calcolo della volontà sulla base di un obiettivo di risolvere un problema di cui trovare la soluzione migliore, ecco che la libertà diventa un problema di coscienza: sono libero quando sono cosciente della mia libertà.

Applicazioni pratiche

E’ sufficiente la coscienza della propria volontà per essere liberi? No, è condizione necessaria ma non sufficiente per superare l’empasse deterministica. Posso essere cosciente di qualcosa che non posso controllare e i cui effetti non avrebbero nessuna ripercussione pratica nella mia vita.

E’ necessario dunque che alla volontà segua una azione e questa provochi dei cambiamenti nel contesto in cui agisce creando un nuovo stato e dunque una nuova volontà cosciente che vi possa agire.

Al di là di tutte le implicazioni materialistiche e deterministiche, la libertà è dunque una condizione mentale che dovrebbe rispettare almeno due criteri: si deve essere coscienti della propria volontà; si deve essere consapevoli di quelle che sono le effettive ripercussioni sul contesto che la mia azione può provocare.

Posso dunque dirmi libero se sono inconsapevole del contesto in cui agisco? Anche se sono cosciente di avere una volontà? La risposta non sarebbe univoca se questo fosse un discorso speculativo, ma da un punto di vista strettamente pratico no, la libertà è tale quando permette di agire in piena consapevolezza su un contesto conosciuto, cioè quando si può prendere una decisione conoscendo (liberamente) quante più variabili ci sono.

Per questo preferiamo sostituire l’affermazione che “la libertà finisce dove inizia quella degli altri” con l’affermazione “la mia libertà inizia dove inizia quella degli altri”(9)[9], perché se la libertà si esercita laddove c’è la consapevolezza delle proprie possibilità, tanto più questa consapevolezza sarà cosciente quanto si possono vedere le effettive realizzazioni pratiche.

Come dire: in un contesto sociale quando più vedo realizzare idee, quanto più sono consapevole dell’effettiva possibilità della realizzazioni di queste, quanto più gli uomini sono liberi di esercitare le proprie idee, quanto più sono libero io di comprenderle e di essere consapevole della loro effettiva possibilità.


[1] Principe Giacomo Uzeda in “I Vicerè” di Roberto Faenza, dal romanzo omonimo di Federico De Roberto

[2] Affermazione attribuita storicamente a M.L. King.

[3] Principio del Rasoio di Occam: entia sunt non moltiplicanda praeter necessitatem.

[4] Può sembrare un sofisma ma già spostare l’attenzione tra il chiedersi cosa sia qualcosa intendendolo come qualcosa di esistente o come piuttosto come una proprietà di qualcosa che noi vi attribuiamo cambia tutta la prospettiva di un problema, ad esempio servirà a trattare la libertà come qualcosa che riguarda l’agire, non l’esistenza di qualcosa di indimostrabile.

[5] Thomas Hobbes, De corpore, 1654

[6] Julien Offray de La Mettrie, L’uomo macchina, 1747

[7] Immanuel Kant, Critica della Ragione Pratica, 1788

[8] Sartre, L’essere è il nulla, 1943

[9] O, per dirla con Bakunin, «Io non sono veramente libero che quando tutti gli esseri umani che mi circondano, uomini e donne, non sono ugualmente liberi».

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