Foglio anarchico e libertario del gruppo Kronstadt Toscano

Kronstadt – dicembre 2009

E’ uscito il nuovo numero di Kronstad che potete scaricare in versione PDF qui:

Kronstadt (dicembre 2009)

kronstadt_2009_12Sommario

Stop repressione!
Gli anarchici li han sempre bastonati
Messico: le politiche neoliberali affamano sempre di più il paese
Rapporti militari tra l’Italia e le aziende italiane ed Israele
Refusniks
A proposito della caduta del muro di Berlino
Se volessi un popolo d’ignoranti
SPX:una lotta breve ma densa di potenzialità
Parma: Cosa ci ha insegnato la lotta dei lavoratori SPX…
Un silenzio assordante
Il sole ingannatore…
Scuola: tagli ed emarginazione

Editoriale

Non rassegnarsi alla barbarie

Ci sono dei fatti che presi a sè potremmo definire “storie di ordinaria follia”, proprie di un sistema sociale, da sempre fondato su relazioni violente ed oppressive. Ma quando questi fatti si pongono tutti insieme alla nostra attenzione, in un segmento temporale relativamente breve,  disegnano i tratti specifici di un periodo, dandoci il senso una involuzione barbarica della nostra società.

Il 16 ottobre a Roma, Stefano Cucchi, un giovane di 31 anni viene arrestato dai carabinieri per qualche grammo di sostanze stupefacenti (hascisc e coca). Il giovane per 6 giorni passa sotto la custodia di varie mani “pesanti”: da quelle dei carabinieri a quelle della polizia penitenziaria. Quindi finisce nelle mani “omertose” dei medici di un reparto ospedaliero-carcerario. Di lì va diretto sul tavolo d’obitorio, con segni evidenti di brutali pestaggi e di abbandono sanitario.
Il caso Cucchi avviene quasi in concomitanza del suicidio “annunciato” della brigatista Blefari Melazzi, avvenuto nei giorni seguenti, ed insieme questi due casi aprono uno squarcio sulla crescente disumanità del sistema carcerario e più in generale sulla brutalità diffusa nell’azione delle cosiddette “forze dell’ordine”.
I casi Lonzi, Bianzino, Aldrovandi, persone morte negli ultimi anni, dopo esser passati dalle mani di carabinieri, poliziotti o guardie carcerarie, trovano uno spazio inedito nei mass media. Ed emergono altri casi di angherie, di brutalità di suicidi “annunciati”. Compaiono registrazioni di dirigenti carcerari che invitano candidamente le guardie a pestare i detenuti nei sotterranei, lontani da occhi indiscreti.
Si snoccciolano cifre che danno la sensazione, forse sbagliata, di essere ormai ben oltre quella che fino ad oggi consideravamo la “ordinaria follia”.

Il 10 novembre ad Alba Adriatica un commerciante locale viene ucciso a botte. Per questo omicidio vengono accusati 3 giovani rom che di lì a poco vengono arrestati. Si scatena immediatamente uno di quei pogrom moderni che abbiamo purtroppo imparato a conoscere: la popolazione locale, aizzata dai fascisti, si inferocisce e si rende protagonista di una vera e propria caccia al rom, mentre vengono assaltate le abitazioni della numerosa comunità di rom stanziali presenti nel territorio.
Al funerale del commerciante, il fratello, nel discorso ufficiale, sotto i riflettori di tutte le telecamere, invita la Comunità Rom “a cambiare se ne siete capaci”,  come se tutti i Rom fossero colpevoli dell’omicidio.
In questo senso “l’ordinaria follia” l’abbiamo sicuramente superata da un pezzo. Almeno da quel giorno di circa 2 anni fà quando Veltroni (allora in pectore candidato alternativo a Berlusconi per il governo dell’Italia), tra un “non si pensi ” ed un “ma anche”, disse papale, papale che l’apertura delle frontiere con la Romania aveva alimentato il crimine. Nel frattempo, ricordiamolo, gli sceriffi “rossi” (Cofferati, Dominici, Zanonato, ecc.) scatenavano una vera e propria guerra ai poveri, spiazzando i sindaci leghisti che avevano sempre pensato di non avere competizione in quel campo.
Da allora tanta acqua avvelenata è passata sotto i ponti. La violenza verso gli immigrati , l’intolleranza, la xenofobia di ogni ordine e tipo (omofobia in testa) ha toccato punte mai viste da essere percepibile in attegiamenti più minuti della vita quotidiana.
Sul piano repressivo l’avvento del governo berlusconian-leghista ha rappresentato un vero prorprio tsunami per la popolazione migrante: dalla politica dei respingimenti, al reato di clandestinità, all’uso generalizzato di quei lager moderni, i CIE/CPT, dove casi come Cucchi o Aldrovandi sono probabilmente roba quotidiana ma di cui non si sà.

L’11 novembre a San Nicola Varco, vicino a Eboli, quasi mille lavoratori marocchini che lavorano tutto il giorno nei campi per 20 euro al giorno vengono espulsi dalle loro fatiscienti baracche, grazie allo “eroico” blitz di 600 celerini e finanzieri che continueranno a rastrellarli nei giorni seguenti quando i lavoratori migranti si spargeranno per le campagne tentando di di riformare accampamenti improvvisati.
Al super-sceriffo padano che siede al Ministero degli Interni, non basta la repressione dei singoli per la propria condizione di clandestinità coatta. Vanno aggrediti direttamente gli aggregati di classe operaia migrante, che già vivono uno sfruttamento bestiale da parte dei “nostri” padroni, padroncini e caporali. Questa classe operaia non deve acquistare alcun elemento di sia pur misera stabilità, neanche la stabilità delle baracche, perchè deve stare nella condizione di massima ricattabilità.
Anche qui non è male ricordare l’operazione molto simile condotta qualche anno fà da Cofferati contro gli edili rumeni, nel pieno del suo delirio securitario.

Le opposizioni radicali contano poco ma non per questo stiamo fuori dal gorgo. Nei mesi  di ottobre e novembre la scure poliziesca si è abbattuta sulle aree di opposizione anticapitalista e antifascista. In Toscana 8 compagni impegnati nelle lotte sociali (tra cui il nostro compagno  anarchico Marco di Pistoia) sono stati arrestati con accuse di varia natura, senza che esista nessuna prova a loro carico (vedi volantino in altra pagina).
A Milano sono 4 gli arresti di compagni nelle ultime settimane, di cui due fatti per non aver pagato delle fotocopie in una copisteria di Comunione e Liberazione.
Fatte le dovute proporzioni anche queste sono carte che stanno nel mazzo.

L’imbarbarimento sociale, la repressione, la regressione reazionaria di quest’ultimo anno e mezzo ha sicuramente a che fare con il governo in carica. Non c’è dubbio che il contesto in cui la coalizione berlusconian-leghista è approdata per la terza volta al governo, ha permesso a quella stessa coalizione di esprimere a pieno la propria soggettività reazionaria, diversamente da ciò che accadde nelle due precedenti approdi governativi (”94 e 2001).
Sia nel ’94 che nel 2001 l’avvento al governo delle destre, pur traducendosi ovviamente in provvedimenti reazionari (ma anche i governi di centro-sinistra non avevano fatto niente di diverso), ebbe per molti aspetti quell’effetto che in farmacologia si chiama “effetto paradosso”.
Ovvero per due volte Berlusconi fu in grado di risvegliare tutta una serie di forze positive nella nostra società, ancora presenti ma largamente sopite.
Il periodo 2001-2004, cioè quel periodo che va dalle giornate di Genova, alla lotta degli operai di Melfi, passando per la battaglia vittoriosa in difesa dell’articolo 18 e dall’opposizione di massa alla lotta in Irak, può probabilmente ricordarsi come il periodo di più forte controtendenza al vento reazionario che spira nel nostro paese almeno da un quarto di secolo.
Eppure la coalizione di governo era la stessa, Berlusconi era sempre Berlusconi, Bossi era sempre Bossi, Tremonti era sempre Tremonti. Gli equilibri parlamentari non sono significativamente cambiati (avevano 100 deputati in più anche allora) e l’elettorato grosso modo mantiene le stesse proporzioni da 15 anni.
Ciò che è cambiato davvero è nel corpo sociale delle classi subalterne, è nell’intensità e nelle caratteristiche dell’opposizione sociale extra-parlamentare.
Nei primi anni 2000, attorno a temi come l’articolo 18 da un lato e la globalizzazione o la guerra dall’altro, si aggregarono movimenti e lotte generali in grado di fare cultura e tendenza, di stabilire rapporti di forza generali e quindi di contrastare le tendenze reazionarie, poliziesche, razziste e barbariche che anche allora erano comunque forti ed operanti.
In questo scorcio di 2009 che ormai volge al termine, ci sono tanti momenti di protesta sociale, di lavoratori che bloccano le strade, o che vanno sui tetti, o in qualche caso occupano i posti di lavoro fino addirittura a sequestrare qualche manager come nel caso degli operai dell’Alcoa in Sardegna.
Ma ciascuno si muove da solo e per sè stesso.

Per i precari della scuola si muovono i precari stessi e poco più. Per i ricercatori dell’università lo stesso. Gli operai di una fabbrica in crisi hanno rapporti di sostegno al massimo con le fabbriche limitrofe.
L’unico tentativo di dare senso generale alle lotte di questo periodo è stato il generoso sciopero generale del sindacalismo alternativo il 23 ottobre, la cui dignitosa riuscita non ha potuto certo stare al livello delle necessità del momento.
Analizzare le ragioni più profonde, materiali e culturali, di questo arretramento dell’opposizione sociale è questione fondamentale, ma nell’immediato è urgente agire sull’unico terreno su cui possiamo intervenire, cioè su quello dello sforzo soggettivo, a cominciare dalla necessaria reazione ai pesanti episodi repressivi e polizieschi che stanno colpendo le minoranze radicali.

Senza dimenticare che non c’è risposta vera alla repressione, se non si riesce a favorire, a suscitare lotte sociali che siano il più possibile fuori da ogni controllo istituzionale.